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Una vittoria di FareAmbiente PDF 
Venerdì 12 Dicembre 2008 00:00
E’ legge l’obbligatorietà dell’educazione ambientale. Il Parlamento ha approvato il provvedimento proposto da FareAmbiente che trasforma l’educazione ambientale in una materia obbligatoria per gli studenti italiani. “Al fine di formare i giovani relativamente all’importanza della conservazione di un ambiente sano e al rispetto del territorio, nonché alla realizzazione di tutte le pratiche utili per l’attuazione del ciclo completo dei rifiuti -recita l’art.7/bis del decreto rifiuti- sono previste iniziative di formazione attraverso l’inserimento, nei programmi scolastici della scuola dell’obbligo, dell’educazione ambientale. Con decreto del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, sono definite le modalità attuative delle disposizioni di cui al presente articolo, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica“. Il disegno di legge approvato dal Parlamento, presentato il 23 luglio del 2008, ha avuto come primo firmatario l’on. Benedetto Fabio Granata, in collaborazione con gli onorevoli Agostino Ghiglia, Gabriella Giammanco e Donato Lamorte. La sua approvazione costituisce un trionfo non solo per FareAmbiente ma per l’ambientalismo del fare e per l’intera Nazione.
 
L'Italia e le due questioni ambientali PDF 
Mercoledì 22 Ottobre 2008 00:00
Il pacchetto emissioni-energia in discussione al Consiglio dei Ministri dell’ambiente europei, vede una forte contrapposizione dell’Italia alla posizione di Germania e Francia. Il rien iniziale di Nicolas Sarkozy ha lasciato poi spazio alla ricerca di un compromesso con la ferma posizione del nostro ministro Prestigiacomo, per arrivare a una riduzione del 20% delle emissioni di CO2, di risparmio energetico e utilizzo di energie rinnovabili. Per il rispetto dei parametri di Kyoto e per il raggiungimento dell’obiettivo 20-20-20, è necessaria una forte sensibilizzazione. Le previsioni dell’IPCC (Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici) ci impongono di trovare quei rimedi, per quanto meno rallentare il riscaldamento globale. Credo che il buon esempio al risparmio energetico, debba venire dagli enti pubblici e dalle amministrazioni locali, attraverso l’impiego di fonti energetiche rinnovabili. È inconcepibile che esistano ancora, nei condomini delle città, impianti di riscaldamento a carbone, come ritengo illogico che si chiudano i centri urbani alle autovetture più inquinanti per poi lasciar circolare autobus alimentati con il diesel. Serve uno sforzo responsabile al di la di demagogici calcoli politici.
 
Ambiente, il diritto inalienabile PDF 
Lunedì 06 Ottobre 2008 00:00
Spesso il giurista dell’ambiente è chiamato a colmare le lacune o le carenze del politico che nella fretta o nel tentativo di mediare interessi contrapposti genera mostri. Basti pensare all’art. 18 della legge n. 349/86 o all’assenza di una legge organica sulla valutazione d’impatto ambientale. La tutela dell’ambiente è una disciplina complessa e trasversale che, per essere adeguatamente compresa, necessita di diverse professionalità. Lo stesso concetto di tutela dell’ecosistema presente nel nuovo art. 117 della Costituzione, sfugge alla formazione del giurista perché implica conoscenze proprie di altre discipline come l’ecologia e le scienze ambientali. Non a caso sulle norme tecniche si è aperto un nuovo dibattito per il crescente numero di norme ambientali a contenuto tecnico-scientifico che sfuggono al controllo del giurista generando, altresì, palesi “erosioni di sovranità”. Anche nell’applicazione del principio precauzionale, il ruolo del giurista diventa marginale rispetto alle valutazioni e alle certezze della scienza. C’è qualche autore che fonda proprio su questi limiti la costruzione dell’autonomia del diritto dell’ambiente. E’ abbastanza recente l’apertura delle Accademie alle problematiche ambientali come percorso necessario per la formazione del giurista. Agli insegnamenti di Diritto dell’ambiente si sono accostati Master, specializzazioni, perfezionamenti e finanche un Corso di Laurea. Uno dei problemi attuali è che le nozioni di diritto ambientale non debbono essere appannaggio solo di super specialisti ma del giurista in genere che deve leggere ed interpretare ogni tipo di norma alla luce della sostenibilità come valore diffuso.

Al giurista si chiede non solo la mera conoscenza formale del dato normativo ma anche la sensibilità di interpretare il sociale e il giuridico alla luce del valore della sostenibilità che è la nuova idea etica su cui si deve fondare la società della complessità. Al pensiero debole della tutela ambientale come interesse di nicchia, come figlia di un Dio minore rispetto alle leggi ferree del mercato si deve sostituire il vero pensiero forte che è l’etica della sostenibilità. La tutela dell’Ambiente ha senza dubbio una forte connessione con la sicurezza civile che è riconosciuta come diritto fondamentale ed allo stesso tempo si inquadra come dovere di solidarietà. Su tale concetto solidaristico la dottrina francese è concorde nel ritenere che l’ambiente è un “affaire” che interessa tutti, nel senso che ciascun cittadino è allo stesso tempo protagonista e destinatario della tutela dell’ambiente. In linea con questo orientamento costante anche della giurisprudenza, le code de l’environnement francese ha proclamato che l’ambiente è patrimonio comune della nazione. La stessa Carta costituzionale dell’ambiente del 2005, nell’art. 1, dà “a ciascuno” il diritto di vivere in un ambiente sano ed equilibrato. Infatti, secondo la Carta francese, c.d. Charte de l’envirronnement, il diritto di vivere in un ambiente salubre è un nuovo diritto fondamentale dell’uomo.

La proclamazione di questo articolo nel preambolo della Costituzione attribuisce al nuovo diritto una forte rilevanza costituzionale, sicché la tutela dell’ambiente non può essere considerata come un semplice principio politico. Il diritto all’ambiente, così riconosciuto, si traduce in nuove situazioni giuridiche soggettive, piene ed esclusive, pertanto, tutelate in sede giurisdizionale; ma si traduce in particolare anche in obblighi positivi a carico dello Stato che deve garantire la tutela e la salvaguardia del diritto universale dell’ambiente attraverso il dovere di pianificazione del territorio. Si parla perciò di un vero e proprio diritto soggettivo all’ambiente che finisce per condizionare tanto la produzione normativa e le politiche ambientali di settore, quanto l’attività delle pubbliche amministrazioni nella fase della gestione. La Carta costituzionale francese crea, infatti, una terza generazione di diritti dell’uomo (dopo i diritti soggettivi della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino di 1789 ed i diritti sociali ed economici del preambolo della Costituzione del 1946), le cui conseguenze giuridiche sono in parte ancora dubbie.

Questi dubbi interpretativi sulla effettività della tutela sono stati però colmati negli ultimi anni dal lavoro costante della giurisprudenza costituzionale e dei tribunali amministrativi che hanno da sempre mostrato una forte sensibilità in questa materia. Un primo passo è stato in questo senso l’ordinanza resa il 29 aprile 2005 dal tribunale amministrativo di Chalons in Champagne, c.d. giurisprudenza Teknival, che per la prima volta riconosce al “diritto di vivere in un ambiente sano ed equilibrato” la qualità di libertà fondamentale. In più occasioni anche la giurisprudenza italiana, prima ancora di parlare di valore costituzionalmente protetto, ha rilevato che l’ambiente è “un bene primario ed assoluto” e la sua protezione è “elemento determinante per la qualità della vita”, pertanto “non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, bensì esprime l’esigenza di un habitat naturale nel quale l’uomo vive ed agisce e che è necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini”. In tale modo, la Consulta ha posto l’accento sul riconoscimento di nuove situazioni giuridiche meritevoli di tutela, in quanto ha anche riconosciuto che il danno ambientale può recare lesione alla posizione giuridica dei singoli.

di Vincenzo Pepe
 
Il Patrimonio Unesco è di tutti PDF 
Martedì 23 Settembre 2008 00:00
Il principio del patrimonio comune dell’umanità si sostanzia nella concretizzazione di una solidarietà sempre più frequente e necessaria tra tutti gli Stati del mondo; dal punto di vista giuridico tale principio indica l’affermazione della necessità di uno sviluppo sostenibile anche nei confronti della tutela dei beni culturali e ambientali, ovvero l’affermazione del diritto di tutti gli Stati di partecipare con equità allo sfruttamento o godimento delle risorse comuni, tutelando il diritto delle generazioni future.
Il principio del patrimonio comune dell’umanità, tra l’altro, mette in profonda discussione il diritto di proprietà inteso in senso romanistico. Una volta riconosciuto il principio di patrimonio comune dell’umanità, gli Stati avrebbero il diritto-dovere di agire per l’interesse comune e non per i loro diritti sovrani. Secondo il diritto internazionale una violazione degli obblighi erga onmnes anche in materia ambientale, determinerebbe un crimine internazionale anche nei confronti del diritto delle generazioni presenti e future.
Anche la Dichiarazione di Stoccolma del 1972 ha proclamato il dovere degli Stati e di tutti gli uomini di proteggere e migliorare l’ambiente per le generazioni future mediante misure idonee a impedire il degrado e l’inquinamento. La considerazione da fare è che le Convenzioni, contenenti il principio di interesse comune dell’umanità, spesso mancano di reciprocità e di sanzioni, pertanto, non sempre vengono rispettate dagli Stati che non vogliono assolutamente derogare ai propri poteri sovrani.

Alle sempre più forti rivendicazioni di sovranità degli Stati spesso non corrisponde un’adeguata tutela statale dei beni culturali e ambientali. Occorre rivisitare nel quadro di un nuovo ordine internazionale il concetto di sovranità territoriale, di proprietà e/o dominio privatistico anche alla luce dello sviluppo sostenibile. Lo sviluppo sostenibile, del resto, è una nuova categoria concettuale che sembra integrare e superare la stessa ristretta dimensione di patrimonio comune dell’umanità. In ogni caso non è possibile porre in essere un idoneo sviluppo sostenibile senza una diffusa e adeguata azione di educazione diretta a diffondere e far comprendere il concetto di solidarietà e di utilizzazione equa delle risorse in funzione del benessere delle popolazioni future in equilibrio con la dinamica della biosfera.Nonostante l’approvazione d’unificanti direttive internazionali da parte della comunità mondiale esistono ancora numerosi squilibri fra gli Stati sul piano delle tecniche e degli interventi per la salvaguardia dei beni culturali e ambientali, nonché per la tutela di centri storici. Inoltre, gli interventi a favore di questi ultimi differiscono tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo, non tanto sul piano culturale, quanto nelle scelte giuridico-amministrative che devono fare i conti con i mezzi patrimoniali a disposizione; a tutto questo spesso si accompagnano ritardi nell’attuazione a livello nazionale delle convenzioni o direttive, e mancanza di assetti normativi coordinati1.

Si rivela quindi indispensabile la presenza attiva delle organizzazioni culturali mondiali, decisiva per la salvaguardia dei centri storici e dei loro beni ambientali, soprattutto come garanti di direttive omogenee. In questo quadro assume rilievo il ruolo culturale dell’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, fondata a Londra nel 1945), che da decenni svolge un importante compito nel campo dell’internazionalizzazione dei temi e delle azioni riguardanti la tutela dei beni culturali e ambientali. Qualora una nazione non disponga di mezzi tecnologici e finanziari per salvaguardare il suo patrimonio, prende corpo l’idea della responsabilità comune della salvaguardia di un bene che abbia una forte rilevanza storica e culturale. Si afferma cosi il principio del patrimonio comune dell’umanità, e negli anni ’70 l’Unesco vara un testo giuridico in forma di convenzione, secondo il quale i vari Paesi aderenti si impegnano a proteggere sul proprio territorio monumenti e siti di un tale valore artistico, storico, scientifico o di una tale bellezza naturale che la loro salvaguardia interessa l’intera umanità. Gli stessi Paesi, inoltre, si impegnano a rispettare il patrimonio con valore universale localizzato sul territorio di altri Stati, e a finanziare gli interventi di tutela a quei Paesi che non dispongono di mezzi economici adeguati. Tale convenzione, denominata Convenzione del Patrimonio Mondiale, è approvata dalla Conferenza generale dell’Unesco nel 1972 ed entra in vigore nel 1975 con il proposito di stabilire un sistema attraverso il quale la comunità internazionale possa partecipare alla protezione dei beni culturali e naturali di eccezionale valore universale.

Ai fini della Convenzione sono considerati come “patrimonio culturale”: i monumenti (opere architettoniche, sculture o pitture monumentali, elementi o strutture di carattere archeologico, iscrizioni, caverne e insieme di elementi che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista storico-artistico e scientifico); gli insiemi (gruppi di costruzioni isolate o riunite, la cui architettura, unità e integrazione nel paesaggio, dia un valore eccezionale sotto il punto di vista storico, artistico o scientifico); i luoghi (opere dell’uomo o opere congiunte dell’uomo e della natura, inclusi i luoghi archeologici, che abbiano un valore universale eccezionale sotto il punto di vista storico, estetico, etnologico e antropologico) Sono invece considerati come patrimonio naturale: i monumenti naturali (consistenti in formazioni fisiche e biologiche o in gruppi di dette formazioni che abbiano un valore eccezionale sotto il punto di vista estetico o scientifico); le formazioni geologiche o fisiologiche e le zone strettamente delimitate che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista scientifico e della conservazione; i luoghi naturali o le zone naturali strettamente delimitate, che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza, della conservazione o della bellezza naturale.

Ogni Stato, aderente alla Convenzione, deve assicurare l’identificazione, la protezione, la conservazione e la trasmissione alle generazioni future del patrimonio culturale e naturale il cui degrado o sparizione è destinato a colpire tutti i popoli del mondo; a tale scopo esso deve cercare di utilizzare al massimo le risorse disponibili, facendo ricorso, se necessario, a strumenti messi a disposizione dalla cooperazione internazionale. Quest’ultima ha il dovere di cooperare alla salvaguardia del patrimonio universale nel rispetto delle sovranità e legislazioni nazionali, assicurando assistenza e aiuto ad ogni Stato partecipante alla Convenzione.
Essa prevede l’istituzione di un Comitato intergovernativo denominato Comitato del patrimonio mondiale, composto di 101 Stati membri, eletti tra quelli partecipanti alla Convenzione, riuniti in assemblea generale nel corso della sessione straordinaria della Conferenza generale Unesco. I membri, che costituiscono il Comitato, sono eletti in modo da assicurare una rappresentanza equilibrata tra le diverse Regioni e culture del mondo, e i designati sono esperti con competenze specialistiche riguardanti la conservazione del patrimonio culturale e naturale. Il Comitato ha il compito di definire e aggiornare la Lista del Patrimonio Mondiale (Whl: World Heritage List), elenco di beni del patrimonio culturale e naturale considerati di valore eccezionale, compilato sulla base di proposte presentate dagli Stati aderenti alla Convenzione. Inoltre il Comitato ha il compito di provvedere alla redazione dell’Elenco dei beni del Patrimonio Mondiale in pericolo in cui sono inclusi beni per i quali è richiesto un intervento di grande entità.

Di notevole importanza è la creazione di un fondo, denominato Fondo del Patrimonio Mondiale, da utilizzare come ausilio ad uno Stato che intenda tutelare il proprio patrimonio culturale e naturale, e come assistenza dove si verifichi il pericolo d’imminente distruzione. Le risorse del fondo sono costituite da: contributi obbligatori o volontari degli Stati aderenti alla Convenzione; versamenti, donazioni o lasciti fatti da altri Stati, dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite e da altre organizzazioni intergovernative, da organismi pubblici e privati e da privati cittadini; collette e incassi di manifestazioni a favore del Fondo.
Nel 1975 il Comitato elaborò i criteri da seguire per includere un bene nella Lista del Patrimonio Mondiale.
Si tratta di una serie di requisiti, distinti per il patrimonio culturale e naturale, e di criteri d’autenticità, che devono essere soddisfatti tutti o in parte ai fini dell’attribuzione al bene del valore d’eccezionalità indispensabile per l’iscrizione nella Lista.
Entrano invece a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale in pericolo solo i beni minacciati da gravi pericoli e che siano inclusi nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Secondo le procedure tracciate dall’ufficio del Patrimonio Mondiale nella XVIII sessione, tenutesi a Parigi nel luglio 1994, un bene, già iscritto, può essere escluso dalla Lista quando perde le caratteristiche che ne hanno determinato l’iscrizione nella stessa, quando le sue qualità intrinseche sono minacciate dalle azioni umane già al momento della proposta di inclusione nella Lista, e le misure correttive necessarie, indicate dallo Stato sul cui territorio insiste il bene, non sono state intraprese nel lasso di tempo proposto. Il Comitato non può decidere il ritiro di un bene dalla Lista senza aver consultato precedentemente lo Stato interessato e deve rendere immediatamente pubblica tale decisione, aggiornando la Lista del Patrimonio in tal senso.
Questa procedura ha lo scopo di assicurare che venga presa ogni misura che impedisca l’esclusione di un bene dalla Lista stessa.
Occorre ricordare, poi, che nel corso della XVII sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale tenutasi a Parigi nel 1994, è stato espresso il nuovo concetto di paesaggi culturali: questa definizione può essere attribuita ad una varietà di beni, che siano frutto delle azioni interattive tra l’uomo e l’ambiente naturale e che rappresentano le evoluzioni della società e degli insediamenti umani.

Tali beni, che costituiscono una nuova tipologia da includere nella Lista del Patrimonio Mondiale, dovranno essere scelti sulla base del loro valore universale eccezionale e della loro rappresentatività in termini di ragioni geo-culturali chiaramente definite, e della loro capacità di illustrare gli elementi culturali essenziali e distintivi di tali Regioni, beni, quindi, il cui valore universale eccezionale deve essere giustificato nelle due categorie di criteri riferiti al patrimonio culturale e a quello naturale. La tutela dei paesaggi culturali assume un grande valore derivante dall’importanza fondamentale che oggi ha l’interazione tra l’uomo e l’ambiente, la cui protezione può contribuire alle moderne tecniche di sviluppo e miglioramento dei valori naturali del paesaggio, nonché alla conservazione della diversità biologica (biodiversità), fondamentale valore ecologico e ambientale oggi universalmente riconosciuto. I due concetti di paesaggio e di sviluppo non possono essere opposti ma devono insieme contribuire ad una migliore qualità della vita e della società, e ciò si inserisce nel principio di sostenibilità sancito dalla Conferenza di Rio del 1992.

L’affermazione della necessità di uno sviluppo sostenibile anche nei confronti della tutela dei beni culturali ed ambientali consiste nel diritto di tutti gli Stati di partecipare in maniera equa allo sfruttamento o godimento delle risorse comuni, tutelando il diritto delle generazioni future e agendo per l’interesse comune e non per i loro diritti sovrani. Nonostante l’Italia sia uno dei Paesi che detiene il maggior numero di beni culturali, ne conta solo pochi ufficialmente inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale. Questo dato evidenzia la scarsa considerazione che nel nostro Paese viene data alla risorsa beni culturali e ambientali in genere. Ricordando che solo alcuni di questi beni sono collocati in Italia meridionale (i sassi di Matera, il centro storico di Napoli, la costiera amalfitana e le aree archeologiche di Pompei ed Ercolano, i trulli di Alberobello, la Reggia di Caserta), si auspica che in futuro venga inserito nella Lista un maggior numero di beni che possano rappresentare adeguatamente la ricchezza del patrimonio italiano culturale e naturale.

di Vincenzo Pepe
 


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