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Governo del territorio e Valutazione Ambientale Strategica PDF 
Sabato 07 Giugno 2008 00:00
La scelta dell’argomento trae spunto dalle novità legislative che hanno interessato la materia urbanistica, ora governo del territorio, e l’evoluzione della tutela dell’ambiente. Deve evidenziarsi come la riforma del Titolo V della Costituzione abbia indotto la nozione di ambiente, finora costituzionalmente tutelato solo sotto l’aspetto culturale – paesaggio- e non come istituto giuridico complesso, così come più volte riconosciuto da prevalenti orientamenti dottrinali. Ben più importanti, in ambito europeo, a partire già dal 1973, sono state le iniziative di tutela dell’ambiente, sulla base di un impegno unitario della Comunità e degli Stati membri rinnovato continuativamente nei programmi ambientali e ribadito nel trattato di Maastricht. Tale politica, in origine giustificata tra gli obiettivi principali della Comunità per motivazioni di natura economica (armonizzare le legislazioni e promuovere il libero mercato comune; evitare ostacoli alla libera circolazione di merci ed attività), è venuta assumendo, progressivamente, finalità generali ed ampie come: salvaguardare le risorse naturali, tutelare e migliorare la qualità dell’ambiente, da proteggere la salute umana, promuovere a livello internazionale misure di mitigazione dei problemi ambientali ed, ancor, indirizzare gli Stati nelle scelte in materia di approvvigionamento e di fonti energetiche. Il quinto programma ambientale ha incentrato l’attenzione sulle misure volte a promuovere lo “sviluppo sostenibile” della Comunità, come obiettivo avanzato di conciliazione tra esigenze socio-economiche e vincoli ambientali, nell’intento di fornire i contenuti operativi per l’attuazione dell’Agenda 21, sottoscritta dalla Comunità Europea e dagli Stati membri alla conferenza di Rio de Janeiro nel 1992. In tale contesto si colloca l’approvazione della Direttiva Comunitaria 2001/42/CE sulla “Valutazione Ambientale Strategica” (VAS) che sancisce lo spostamento dell’azione valutativa degli impatti sull’ambiente (VIA) dalla singolarità del progetto alla politica territoriale pubblica, nello specifico a piani e programmi territoriali. La logica della VAS si fonda sulla necessità di comprendere i problemi del territorio, nella complessità di ambiti e variabili, costruendo le decisioni pubbliche mediante un processo in evoluzione con mezzi, fini e risorse effettivamente disponibili in ogni fase, coniugati con gli interessi di settore e con gli attori privati coinvolti. In ambito nazionale, un’ulteriore riflessione deve essere fatta, sempre in relazione alla riforma del Titolo V, circa l’introduzione della più complessa nozione di governo del territorio in luogo della tradizionale materia urbanistica, dai contenuti ormai dilettati ed indefiniti. La legislazione ordinaria in tale materia è, attualmente, ancora demandata alla legge urbanistica nazionale e come ormai accertato, le Regioni suppliscono la mancanza di una disciplina pianificatoria adeguata ai bisogni della società contemporanea, fornendo modelli di riferimento evoluti e valorizzando gli istituti della concertazione e della partecipazione della popolazione ai processi di trasformazione del territorio. Questi ultimi istituti sono largamente utilizzati ed auspicati dalle politiche comunitarie ed in particolare dalla normativa sulla valutazione ambientale strategica. Sembra dunque interessante analizzare le interazioni del processo di valutazione ambientale strategica, chiaramente problematica e l’integrazione di tale processo nel sistema di pianificazione territoriale già obiettivo di gran parte delle pratiche pianificatorie in attuazione nei paesi dell’Unione Europea.

di Nicola Assini
 
Verso una strategia razionale di sviluppo sostenibile. Quanto è male che cambi il clima in montagna? PDF 
Venerdì 23 Maggio 2008 00:00
di Luca Cetara*

Il concetto di sviluppo sostenibile talvolta passa per sinonimo perfetto di sviluppo “tout court”. Eppure il significato di un’espressione che nel tempo rischia di perdere l’originario mordente e almeno in parte il senso forte della sostenibilità, rimane essenziale in alcune particolari aree, le cui caratteristiche uniche giustificano l’accento posto su quest’ultimo concetto.
Le montagne (e con esse, le aree protette, le coste, le isole, tanto per essere onesti e citare alcuni casi particolarmente rilevanti) rientrano invariabilmente nel novero dei territori che associano a un elevato valore naturalistico un significativo potenziale economico. E, ancora sul piano economico, è anche vero che benché alcune catene montuose (come le Alpi) si inseriscano in una delle regioni più ricche del mondo, molte altre (l’elenco sarebbe lungo, per cui ricordiamo, in ordine di prossimità: i Balcani, i Carpazi, il Caucaso, l’Himalaya e le Ande) si trovano in aree svantaggiate, a basso reddito, ma spesso con ampie prospettive di crescita – economica e non solo.
E vi sono alcune ragioni che confermano l’ipotesi di una via montana allo sviluppo sostenibile, che si delinea in modo sempre più chiaro man mano che emergono problemi come il riscaldamento globale. Prima - la cura, la conservazione e la promozione delle aree di montagna ha effetti positivi su aree geografiche molto più vaste, che dipendono in larga misura dai servizi eco-sistemici e naturali spesso di rilevante valore economico (risorse idriche, energetiche, materie prime, servizi di protezione da pericoli naturali, etc.) offerti dalle aree montane a loro vantaggio. Seconda - da più di un secolo, le aree di montagna – specialmente in alcune zone – sono anche destinazioni turistiche in grado di offrire servizi competitivi e di forte attrazione per il tempo libero, con un innegabile ritorno di sviluppo economico per queste zone. In tale contesto, tuttavia, a seguito degli effetti del cambiamento climatico, sono già avvenuti profondi variazioni e altre sono attese. Queste ultime sono per lo più collegate alla possibile diminuzione della durata dell’innevamento e quindi della stagione sciistica, come evidenziato da recenti studi, sia dell’OCSE e sia del progetto di cooperazione internazionale ClimChAlp, cui EURAC ha partecipato come consulente del Ministero dell’Ambiente.
Terza. In parziale controtendenza rispetto al trend storico delle aree montane, le prime alture stanno diventando sempre più ambite come aree insediative alternative alle città e alle tradizionali periferie, principalmente a causa dell’aumento delle temperature medie estive in pianura, della crescita spesso vertiginosa dei prezzi del mercato immobiliare metropolitano e naturalmente della prossimità territoriale rispetto ai grandi centri urbani.
Sono numerose le indicazioni scientifiche che supportano l’esigenza di ripensare il modello di sviluppo delle zone di montagna, specialmente in seguito ai primi ma decisivi studi dedicati a valutare la sensibilità delle montagne di tutto il mondo agli effetti dei cambiamenti climatici.
Dagli studi citati la regione alpina in tempi recenti ha visto un aumento delle temperature medie stagionali di circa tre volte superiore rispetto alle medie globali, ed in particolare gli anni 1994, 2000, 2002 e soprattutto 2003 sono stati i più caldi nella regione da quando esistono le rilevazioni. Per il futuro i modelli climatici prevedono un’intensificazione di questa tendenza e il turismo invernale nelle aree sciistiche con quota inferiore ai 1500 metri è considerata un’attività a rischio economico da organismi autorevoli (per citarne alcuni: Agenzia Europea per l’Ambiente, OCSE, UNEP).
L’ipotesi dei cambiamenti climatici – si sia o meno inclini al catastrofismo: la regola del fenomeno è se mai la preoccupante gradualità – comporta il ripensamento del paradigma dello sviluppo sostenibile per le aree di montagna, soprattutto nella sua (nota) dimensione economica. Se esistono infatti mutamenti ambientali in grado di produrre conseguenze economicamente rilevanti sui sistemi montani, come sostiene larga parte della comunità scientifica, occorre prevedere opportune strategie di gestione del cambiamento, specialmente laddove esista un sistema e un indotto economico locale sufficientemente affermato. Naturalmente il criterio della misura e, quando possibile, della valutazione dei costi e dei benefici derivanti dai cambiamenti climatici, dovrebbe guidare ogni scelta di politica climatica ed economico-ambientale.
Volendo portare un esempio significativo, si potrebbe scegliere quello del turismo. Le condizioni climatiche possono costituire un elemento determinante nella scelta di una destinazione turistica. In particolare, il turismo in montagna e soprattutto gli sport invernali dipendono in ampia misura dalle loro specifiche condizioni climatiche e meteorologiche e dalla possibilità di prevederle: in assenza di tali informazioni diventa complesso gestire in maniera efficace la stagione. A dire il vero, il settore turistico è generalmente considerato piuttosto flessibile e in grado di rispondere a sfide globali, anche attraverso l’induzione di mutamenti nei comportamenti delle persone nel tempo (UNWTO, 2007).
In tal senso determinate aree di montagna (esemplificative sono, in tal senso, le Alpi) sono tra le principali attrazioni turistiche per l’offerta di sport invernali, per cui la scelta di politiche appropriate può generare un’eco di lungo corso e condurre a iniziative replicabili con relativa semplicità in altre aree del mondo. Le numerose misure di adattamento tecnologiche e comportamentali esistenti e analizzate dalla ricerca sono state messe a disposizione della politica, dei portatori di interessi e degli operatori economici attivi nel settore.
Una stagione turistica più breve in inverno potrebbe produrre effetti negativi nelle sfere economica e sociale: dalla riduzione delle entrate per le imprese locali, alla stagnazione dello sviluppo regionale, alla riduzione dei flussi di turisti, alla rilocalizzazione di posti di lavoro, a vere e proprie migrazioni (che sembrerebbero in linea con la tendenza globale e classica delle aree di montagna allo spopolamento). Alcuni di questi possibili effetti sono considerati particolarmente nefasti sul piano sociale e rischiano di provocare ulteriori danni all’ambiente (come ad esempio l’aumento dei pericoli naturali connesso all’abbandono delle tradizionali pratiche di gestione forestale, etc.), per cui esistono aiuti economici (tendenzialmente distorsivi del mercato) e politiche teoricamente idonee a limitare i danni (Permanent Secretariat of the Alpine Convention, 2007).
Eppure, a ben vedere, il cambiamento climatico può essere considerato anche da un altro punto di vista. Ad esempio esso può indurre un rinnovamento nel modo di intendere sia la domanda espressa dai turisti che l’offerta resa disponibile nei luoghi di villeggiatura. Posto che la stagione invernale in diverse aree montane potrebbe soffrire a causa del cambiamento climatico, le estati potrebbero allungarsi e generare una maggiore domanda di servizi turistici in un periodo tradizionalmente meno felice, anche se naturalmente ciò potrebbe portare a ulteriori conseguenze negative sull’ambiente di montagna (benché queste ultime al momento non siano così chiare).
‎Naturalmente, anche nel campo dei cambiamenti climatici in montagna non esistono ricette universali: ogni situazione merita un’analisi di dettaglio, razionale e libera da opinioni precostituite. È naturale che un aumento delle temperature comporti dei mutamenti nelle condizioni ambientali, ma può avvenire che gli effetti siano sia negativi (meno neve, meno sci, meno entrate per i gestori di impianti e il sistema turistico locale), sia positivi, come ad esempio nel caso interessante in cui l’aumento della temperatura sulle colline alsaziane ha portato a un netto miglioramento della qualità del vino prodotto in quelle aree (Paper National Bureau for Economic Research). A ciò si può aggiungere l’esempio nazionale dei vitigni autoctoni della Regione Valle d’Aosta i quali normalmente risultavano produttivi solo sotto i mille metri e invece oggi lo sono fino oltre i 1100 metri. In conclusione, una strategia credibile di sviluppo sostenibile per la montagna dovrebbe considerare tutte le possibili alternative.

* Ricercatore in economia ambientale e sviluppo sostenibile dell’Accademia Europea di Bolzano, EURAC
 
Difendere le coste spezzine è Fare Ambiente PDF 
Mercoledì 21 Maggio 2008 00:00
di Mauro Langfelder
(Coordinatore Regionale Lombardia).
Tutte le autostrade che scendono da Milano arrivano prima o poi al mare. Ed i lombardi che le percorrono tendono a soddisfare la propria ansia di mare. Verso Genova o Venezia, verso la Versilia, cioè Pisa via Parma, verso Napoli cioè pensando anche ad Amalfi, per guardare a tutte la quattro Repubbliche Marinare della nostra storia, la considerano una meta assai ambita.
E non sono pochi quelli che, lasciata la A1 prima di Parma, percorrono la Cisa, escono a Sarzana per arrivare finalmente a mirare il mare della punta di Porto Venere e le isole antistanti: Palmaria, Tino, Tinetto. Ora sono molto preoccupati.
Pensano che nell’ultima riunione fondante di Fare Ambiente a Roma, si è deciso di animarsi per la difesa delle coste; ed ora un po’ si rassicurano e si impegnano.
Gli amanti della natura, oltre agli ecologisti di Fare Ambiente, ma anche tutti i cittadini benpensanti hanno temuto con indignazione, guardando i porta-container in attesa di entrare nel Golfo dei Poeti e verso il porto di La Spezia, che qualcuno profittando dell’oscurità lavasse le coperte delle navi. I bagnanti trovavano tracce. I residenti mormoravano. Ma ora la vela di Fare Ambiente potrebbe essere il simbolo dell’agire concreto.
La notizia dell’impianto rigassificatore, che porta un fluido ad essere gas, della SNAM, inquieta i cultori della natura. La storia è lunga già quasi 150 anni, risalendo al 1870, quando la Marina Militare insediò una modesta polveriera nella Baia di Panigaglia, fra la città portuale ed il promontorio. E dobbiamo ad Anna Bignardi, coordinatrice di Fare Ambiente della nuova Provincia di Lecco, alcune delle informazioni che qui riproponiamo.
In sintesi, il 19 giugno 2007 è stato presentato un progetto di ammodernamento della società che gestisce l’impianto della baia di Panigaglia, in Comune di Porto Venere, che prevede un ampliamento dei serbatoi da 100.000 a 240.000 mc, l’allungamento del pontile di 50 metri ed il dragaggio di parte del golfo antistante.
Ora il ligure Cantiere dell’Urbanistica Partecipata, che qui viene presentato perché abbia tutto il nostro incoraggiamento, si è fatto interprete del malcontento popolare ed ha inviato sin dal luglio del 2007 un documento motivato di parere contrario all’esecuzione dell’opera con motivi scientificamente fondati e paesaggisticamente tutelanti.
Pur essendo fuori dalla nostra competenza territoriale, non possiamo non unire la nostra voce, come movimento europeo, e segnalare da queste colonne, tendenti a tutelare le comunità ordinate, che hanno l’obiettivo della conservazione oculata del patrimonio, una prima informativa, confidando nel successo dell’iniziativa.
Alla popolazione residente o villeggiante, ai turisti ed ai visitatori non piace vedere le navi gasiere, altrimenti note come tank (a membrana o cosiddette sferiche, orribili alla vista), puntare in pochi anni al raddoppio della flotta mondiale di oltre 200 navi ed al loro carico di rischi ecologici.
La storia degli incidenti dovrebbe rimanere ad allertare. Ed ancor meno i rigassificatori delle più varie nature, che certamente non favoriscono lo sviluppo turistico dell’Italia, e sono la causa prima che fa guardare alle energie alternative, soprattutto nei luoghi che hanno fatto la storia della cultura e della civiltà e sono le testimonianze autentiche della bellezza della natura.
Pensiamo di interessare anche il mondo delle organizzazioni internazionali con il nostro impegno. Il consorzio Orchestra attento a tutti i problemi dei rischi ambientali. Ma anche l’Open Geospatial Consortium, o OGC (ed il suo OGCE europeo), con i suoi partecipanti autorevoli di Ispra, dove fu la sede dell’Euratom, o presso la FAO a Roma, potrebbero esprimersi. Forse sarebbe il caso di ribadire quali coste sono patrimonio dell’Umanità, per affermare che accanto alle pregiate opere dell’uomo, ci sono quelle della Natura che l’uomo ha saputo, anche imperfettamente, conservare, e che dovrà consegnare alle generazioni future, quale restituzione di un prestito avuto dalle generazioni precedenti.
 
L'ambiente come nuovo motore di sviluppo - Intervista a Vincenzo Pepe, Presidente Fare Ambiente PDF 
Martedì 13 Maggio 2008 00:00
- All'indomani della creazione del nuovo governo da parte del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi come giudica la compagine governativa?

A nome di Fare Ambiente – Movimento Ecologista Europeo e a titolo personale faccio i migliori auguri al governo che si è appena insediato. Tutti noi ci aspettiamo molto da un governo che ha un forte sostegno popolare e parlamentare: l'Italia ha bisogno di riforme e di rilanciare un modello di sviluppo sostenibile. Ci auguriamo che questo governo ponga le tematiche ambientali al primo posto della sua agenda politica, ritenendo le questioni ambientali non residuali rispetto agli altri problemi, ma il problema centrale dello sviluppo e del nostro essere in Europa. In modo particolare siamo soddisfatti della nomina a ministro di Sandro Bondi a cui Fare Ambiente è sempre stato legato. Oserei dire che proprio grazie a Sandro Bondi e insieme con lui è nato il movimento.

- E' soddisfatto delle scelte fatte dal Cavaliere all'Ambiente e ai Beni Culturali?

Sono molto contento e approfitto dell'occasione per fare ad entrambe i migliori auguri di buon lavoro. Sono, poi, particolarmente soddisfatto per la scelta di Sandro Bondi al Ministero dei Beni Culturali, perchè Fare Ambiente è nato proprio grazie alla spinta di Bondi e dell'On. Nicola Cosentino, oggi Sottosegretario al Ministero dell'Economia e delle Finanze, al Hotel Vesuvio di Napoli nel corso di un incontro. Furono loro a incitarmi a fondare un movimento ecologista che mirasse ad un ambientalismo maturo di tipo europeo. I fatti ci hanno dato ragione per diversi motivi...

- Che cosa si aspetta dai nuovi ministri?

Mi aspetto che abbiano, fin dall'inizio, la capacità di porre i beni culturali e le tematiche ambientali al centro del dibattito politico nazionale ed europeo. Solo attraverso una politica realista sull'ambiente si può fare sviluppo: si possono realizzare le infrastrutture, si possono migliorare i trasporti, si può fare sanità; non esiste una materia che non abbia a che fare con l'ambiente!... A tal proposito ci siamo messi a disposizione dei ministri per concorrere alla creazione di questa nuova sensibilità nel nostro Paese. Senza tale profonda sensibilità non si potrà sperare di risolvere nessun tipo di problema.

- Come sostiene il professore Francesco Sisinni l'aspetto dei beni culturali è strettamente connesso alla tutela dell'ambiente e del paesaggio. Ritiene che i due nuovi ministri Bondi e Prestigiacomo debbano promuovere un tavolo di programmazione comune dei loro ministeri per dare un segnale forte verso una visione sostenibile e durevole del patrimonio Italia?

Ambiente, beni culturali e paesaggio sono inscindibili. Per questo motivo proporremo sia al ministro Prestigiacomo, sia al ministro Bondi, di porre in essere in Italia - così come ha fatto Nicolas Sarkozy in Francia – la “Grenelle de Environment”, un tavolo di concertazione. Invieremo il nostro “Patto per l'Ambiente”, chiedendo di sottoscriverlo e abbiamo già chiesto un incontro con i ministri dell'Ambiente e dei Beni Culturali, per cercare di concorrere nella soluzione dei gravi e tanti problemi che attanagliano il Paese sia sulle problematiche ambientali, che sulle problematiche paesaggistiche e culturali. Auspichiamo che i due ministri aiutino Fare Ambiente al fine di far crescere una cultura diffusa ambientalista, che è alla base della risoluzione dei problemi della nostra società. I rifiuti, l'approviggionamento energetico, l'acqua, la tutela delle aree protette, la conservazione della natura, la salvaguardia delle biodiversità, il rischio idro-geologico, la tutela del suolo sono problemi che non saranno mai risolti senza la cultura diffusa di ambiente: cultura diffusa di ambiente significa: lo stile di vita che ognuno di noi in forma singola e associata deve avere. Questo mutamento si può realizzare solo attraverso la consapevolezza che l'ambiente è il problema dei problemi.

- Che ruolo vuole avere Fare Ambiente nell'alveo dei movimenti e delle associazioni ambientaliste alla luce della nascita del nuovo Governo Berlusconi?

Fare Ambiente già agli albori – qualche anno fa – è nato denunciando l'anacronismo dei movimenti ambientalisti tradizionali: questi ultimi, infatti, non mirano ad un ambientalismo maturo di tipo europeo e, quindi, non sono più capaci o non lo sono stati mai, di risolvere e sbrogliare il nodo di Gordio. Non utilizzano un metodo realistico, concreto e conservano in loro un vizio ideologico di fondo intrinseco. Il nuovo governo deve far crescere i nuovi movimenti ecologisti, perchè la visione di questi movimenti è una visione matura: non si tratta dell'ambientalismo del “no” apriori o del “si” apriori, stiamo parlando – invece – di quell'ambientalismo che guarda con realismo al bilanciamento dei valori.

- Oggi come non mai abbiamo bisogno di processi di policy efficaci per quanto riguarda i problemi legati all'ambiente: qual è la ricetta che Fare Ambiente propone per il risanamento della macchina amministrativa?

La massima partecipazione ai processi che riguardano interessi ambientali. In Francia, ad esempio, prima di scegliere un qualsiasi posto per l'ubicazione di una centrale nucleare (eppure la Francia ha sul nucleare una posizione molto spinta) o qualsiasi altro tipo di impianto che possa avere un minimo di impatto ambientale, le istituzioni danno vita ad un processo dal basso di compartecipazione e di condivisione delle scelte. Si mette, dunque, in atto un processo di responsabilizzazione della cittadinanza. In Italia questo processo ancora non esiste: spesso le decisioni vengono calate dall'alto e la gente non le condivide. D'altra parte i comitati, le associazioni, i gruppi di pressione che nascono per affrontare una questione spinosa devono dimostrare una maturità di fondo: nel senso che non devono lasciarsi prendere dalle emozioni, da deliri ideologici, questo è totalmente sbagliato, perchè si esce dal recinto della polity, per dirla con Charles Tilly, per avventurarsi nel campo dell'illegalità, passando dalla ragione al torto. Devono essere, invece, “acteurs sociales”, come sosterrebbe Alain Touraine, devono agire non essere agiti, ma agire sapendo, con coscienza e coscienziosità, agire attraverso logiche “bottom-up” innestando processi virtuosi di globalizzazione dal basso. Legarsi al proprio orticello, quel fenomeno che gli studiosi di movimenti sociali chiamano “N.I.M.B.Y.” (Not In My Back Yard – Non nel mio giardino) non è un atteggiamento che promuove lo sviluppo sostenibile, è invece un voler rimanere indietro: basti pensare alla T.A.V., al Mose, etc... Anche sull'energia nucleare, come ambientalisti, abbiamo una posizione molto forte, molto diversa dagli altri: vogliamo il massimo controllo in queste scelte, ma non possiamo dire aprioristicamente “no” a scelte che l'Europa impone. Se facessimo il bilanciamento dei valori – di fatti – vedremmo che forse il problema dei rifiuti nucleari o della sicurezza sono problemi europei. Non possiamo continuare ad immaginare di essere ancora lontani dall'Europa: gli europei siamo noi e se non ci adeguiamo in fretta pagheremo in termini di collasso socio-economico la nostra negligenza. L'adeguamento alle Direttive Comunitarie è una necessità vitale per far sì che l'Italia riprenda il passo di nazioni come la Spagna.

- La logica nichilista del non fare e dei no aprioristici ha messo in seria crisi i processi di innovazione nel campo energetico e infrastrutturale: quali sono le linee guida del suo movimento nel settore dell'approviggionamento energetico e in quello delle opere pubbliche?

Nel mese di novembre del 2007 abbiamo organizzato un convegno come Fare Ambiente, in occasione del ventennale del referendum sul nucleare. In quella sede abbiamo ribadito il nostro “si” alla ripresa della ricerca sul nucleare in Italia, perchè non è possibile dire “no” in questo caso, mi riferisco alla passata legislatura dove di fronte ad un Disegno Legislativo, che riprendeva il tema della ricerca nucleare, il Parlamento ha bocciato la proposta per pochi voti. Dire “si” al nucleare, naturalmente, non significa dire “no” alle altre fonti energetiche, soprattutto alle “rinnovabili”: ci vuole il giusto “mix energetico”, che vada a soddisfare il fabbisogno nazionale, ma che soprattutto rispetti i dettami del Protocollo di Kyoto.

- Nel 1950, in occasione del sessantesimo compleanno di Martin Heidegger, Ernst Junger pubblicò il saggio “Uber die line” (Oltre la linea), dedicato al tema che attraversa come una crepa non solo tutta la sua opera, ma quella di Heidegger e tutto il nostro tempo: il nichilismo. Questa parola era stata evocata da Nietzsche, come se in essa si preannunciasse un “contromovimento”, un al di là del nichilismo. Junger si domanda: è possibile “l'attraversamento della linea, il passaggio del punto zero” che è segnato dalla parola “niente”? Questa è la domanda che rivolgo a lei – Prof. Pepe – si può oggi uscire dall'impasse in cui i Verdi e l'ambientalismo tradizionale hanno fatto scivolare il pensiero ecologista, in un mondo in cui è avvenuta la perdita dei valori che davano senso alla quotidianità della vita dell'uomo? Che cosa potrà fare al riguardo Fare Ambiente?

Fare Ambiente si è ripromessa di rifondare l'ambientalismo italiano attraverso una “Costituente dell'Ambientalismo italiano”, che si dovrebbe riunire verso la fine del 2008 a Roma dove, nelle nostre intenzioni, si dovrebbe ripensare il concetto di ambientalismo. Questo non significa non essere a favore della tutela dell'ambiente, anzi riteniamo che la tutela dell'ambiente debba essere al primo posto dell'agenda politica – lo ripeto – perchè l'ambiente è l'habitus, tutto ciò che ci circonda. Essere contro l'ambiente equivale ad essere contro l'uomo, ma l'uomo deve pur progredire, l'uomo deve pur fare tecnologia, l'uomo deve pur realizzare il soddisfacimento dei prorpi bisogni, che non sono solo bisogni strutturali, ma anche sovrastrutturali. In una visione antropocentrica l'uomo deve essere il protagonista, nel rispetto delle risorse naturali, del suo vivere. La visione che noi proponiamo è quella dello sviluppo, ma uno sviluppo equilibrato, uno sviluppo rispettoso delle risorse naturali che vanno si utilizzate, perchè non possiamo negare lo sviluppo, ma vanno utilizzate in termini razionali: in breve uno sviluppo sostenibile e durevole. L'appello che facciamo al Governo Berlusconi e ai ministri Prestigiacomo e, in particolar modo, al ministro Bondi, che ha dato una grande spinta affinchè nascesse questo movimento e che ora devono utilizzarlo al meglio: al fine di far nascere in Italia una cultura diffusa sui temi dell'ambiente, della tutela del paesaggio e dei beni culturali, ma anche dare corpo e forza a due progetti: la Costituente per un nuovo ambientalismo italiano maturo di tipo europeo e creare un gruppo parlamentare che sostenga le nostre iniziative legislative. Faccio riferimento alla campagna che stiamo per lanciare sull'idrogeno: vogliamo tentare di rimodellare, ripensare la rete dei distributori di carburante per i mezzi di trasporto. Ciò vuol dire innestare un processo virtuoso che conduca a quella “Economia all'idrogeno” di cui parla Jeremy Rifkin, dando una forte spinta alla ricerca e creare un nuovo stile di vita. Spero che quanto prima avremo dei colloqui con i ministri: abbiamo già chiesto sia alla Prestigiacomo che a Bondi di essere ricevuti. Noi siamo a disposizione.

Il suo carissimo amico, il filosofo Aldo Masullo, in questo caso direbbe, che lei si spinge oltre la conflittualità che individua Emanuele Severino tra l'uomo e la “teknè”, ma soprattutto tra la “teknè” e la natura...

Certo! L'uomo deve essere il protagonista, quindi l'uomo aspira sempre, per sua natura, alla ricerca e non si può limitarlo. L'uomo aspira comunque a conquistare il progresso attraverso l'innovazione, ma questo progresso deve misurarsi con le esigenze che ha la natura in un continuo divenire, in un continuo camminare domandando. Per questo ritengo che bisogna dare sempre più forza al nostro movimento e sono sicuro che il ministro Bondi, che è stato il primo a volere questo movimento e fu lui a dirmi: “Professore l'Italia ha bisogno di un movimento come questo!”. Spero – infine – che sappia dare ancora più forza ad un ambientalismo maturo, che abbia come logica il fare, perchè solo attraverso il fare l'uomo può essere protagonista e proteggere l'ambiente, che – in fondo – non è altro che la nostra casa. Lo scopo è andare “Oltre la linea”: superare le visioni strumentali del vetero-ambientalismo per spingersi oltre!

di Giovannipaolo Ferrari
 


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