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Il moderno sviluppo globale e la definizione dei principi cardine PDF 
Mercoledì 09 Luglio 2008 00:00
Un primo passo verso l’evoluzione di un diritto ambientale internazionale si è compiuto con la Conferenza delle Nazioni Unite tenutasi nel 1972 a Stoccolma; risultato della Conferenza è stata la sottoscrizione, da parte delle 110 delegazioni partecipanti, della “Dichiarazione sull’ambiente umano” avvenuta il 16 giugno e con essa l’impegno a rispettare i 26 principi enunciati. Il preambolo della Dichiarazione è un’ammissione di colpevolezza per l’irresponsabilità delle azioni fino ad allora compiute ed anche una presa di coscienza della necessità di “condurre le nostre azioni in tutto il mondo con più prudente attenzione per le loro conseguenze sull’ambiente”. La difesa e il miglioramento dell’ambiente sono, dunque, divenuti “uno scopo imperativo per tutta l’umanità”, unitamente alle necessità di perseguire la pace, lo sviluppo economico e sociale mondiale. La dichiarazione ha, inoltre, posto in evidenza il principio del risarcimento del danno ambientale e sull’inquinamento transfrontaliero, come riscontrabile nell’enunciato del principio 21 che impone in capo agli Stati aderenti “l’obbligo di assicurare che le attività svolte nell’ambito della loro giurisdizione o che ricadono sotto il loro controllo, non causino danno all’ambiente d’altri Stati o di aree al di fuori di qualsiasi giurisdizione nazionale”.

Un ulteriore dato emerso è relativo ai modi di diminuire il divario tra paesi industrializzati e paesi poveri, senza che l’assistenza si trasformi in una forma di ingerenza o di predominio nelle politiche economiche dello Stato più debole, poiché è assodato che il problema da affrontare non è strettamente economico ma dipende da differenti fattori anche di natura politica, culturale e sociale. Venti anni dopo, dal 3 al 14 giugno 1992 la comunità internazionale si è nuovamente riunita a Rio de Janeiro per riaffermare il valore della Dichiarazione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente adottata a Stoccolma il 16 giugno1972 e nell’intento di continuare il processo iniziato con essa, allo scopo di instaurare una nuova ed equa partnership globale attraverso la creazione di nuovi livelli di cooperazione tra gli Stati operando mediante accordi internazionali che rispettino gli interessi di tutti i popoli di ogni nazione e tutelino l’integrità del sistema globale dell’ambiente e dello sviluppo. A Rio de Janeiro si è cercato un approccio maggiormente operativo nello studio dei rapporti complessi tra economia ed ambiente e, difatti, oltre ai solenni impegni morali già contemplati nella Dichiarazione di Stoccolma, hanno visto la luce: la Convenzione sul Clima e la Convenzione sulle bio-diversità, giuridicamente vincolanti per gli Stati che le hanno sottoscritte; ed ancora un programma valido per il XXI secolo che indirizzi le azioni di sviluppo sia economico che territoriale del pianeta: l’Agenda 21, la Dichiarazione di intenti sulle foreste, non vincolante giuridicamente.

La Dichiarazione su ambiente e sviluppo riveste notevole importanza, in tale contesto, poiché riconoscendo nell’economia ecologica il futuro delle politiche di sviluppo, ha ufficializzato il concetto di sviluppo sostenibile inserendolo già nel primo principio che così riporta: “Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura”. Ed ancora il terzo principio: “Il diritto allo sviluppo deve essere realizzato in modo da soddisfare equamente le esigenze relative all’ambiente ed allo sviluppo delle generazioni presenti e future”. La centralità della tutela dell’ambiente è sancita nel principio 4: “Al fine di pervenire ad uno sviluppo sostenibile, la tutela dell’ambiente costituirà parte integrante del processo di sviluppo e non potrà essere considerata separatamente da questo”. E l’importanza degli equilibri internazionali del 5° principio: “Tutti gli Stati e tutti i popoli coopereranno al compito essenziale di eliminare la povertà, come requisito indispensabile per lo sviluppo sostenibile, al fine di ridurre le disparità tra i tenori di vita e soddisfare meglio i bisogni della maggioranza delle popolazioni del mondo”.

Il principio centrale della Conferenza di Rio non è né la promozione della tutela ambientale ex se né il tentativo di redistribuire le ricchezze, ma la convinzione che una combinazione di questi due fattori sia la giusta soluzione sintetizzabile nell’espressione “sviluppo sostenibile”. Ulteriore aspetto attualmente importantissimo è il coinvolgimento della popolazione quale parte attiva dei cambiamenti, il principio di partecipazione dei cittadini e di pubblicità degli atti si può leggere nel principio 10: “Il modo migliore di trattare le questioni ambientali è quello di assicurare la partecipazione di tutti i cittadini interessati, ai diversi livelli. Al livello nazionale, ciascun individuo avrà adeguato accesso alle informazioni concernenti l’ambiente in possesso delle pubbliche autorità, comprese le informazioni relative alle sostanze ed attività pericolose nelle comunità, ed avrà la possibilità di partecipare ai processi decisionali. Gli Stati faciliteranno ed incoraggeranno le sensibilizzazione e la partecipazione del pubblico rendendo ampiamente disponibili le informazioni. Sarà assicurato un accesso effettivo ai procedimenti giudiziari ed amministrativi, compresi i mezzi di ricorso e di indennizzo”.

La responsabilizzazione del Paese deve interessare l’intera popolazione, effettivo fruitore ma anche custode delle risorse naturali, delle acque, del suolo e dell’aria e che non può che trarre beneficio, non solo in termini economici ma soprattutto sanitari, dalla salvaguardia delle risorse. Dalla dichiarazione di Rio emerge anche un nuovo strumento di tutela preventiva: la Valutazione di impatto ambientale, XVII principio in tal modo prevede: “La valutazione d’impatto ambientale, come strumento nazionale, sarà effettuata nel caso di attività proposte che siano suscettibili di avere effetti negativi rilevanti sull’ambiente e dipendano dalla decisione di un’autorità nazionale competente”. I Paesi Membri e l’Organizzazione delle Nazioni Unite avvertono come priorità l’esigenza di farsi promotrice di sviluppo che possa considerarsi sostenibile, ossia di una crescita economica che sia compatibile con le necessità dell’uomo e con le esigenze naturali. Il concetto di sviluppo sostenibile è stato teorizzato nel 1987 nel cosiddetto Rapporto Brundtland su ambiente e sviluppo “Il futuro di tutti noi” commissionato dalle Nazioni Unite alla “Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo” composta da 22 esperti indipendenti di 21 paesi e presieduta dalla studiosa norvegese Gro Harem Brundtland. In campo scientifico era già stato rilevato da lungo tempo come la crescita economica e la crescita demografica stessero modificando gli equilibri ecologici globali del sistema terrestre, e tale affermazione trova conferma nei gravi episodi di inquinamento degli ecosistemi e nella iniqua distribuzione della ricchezza fra paesi del Sud e del Nord del mondo.

Lo studio compiuto dalla Commissione Brundtland prende avvio dalla presa d’atto che il mondo era di fronte ad una “sfida globale” a cui far fronte mediante l’assunzione di un nuovo modello di sviluppo definito “sostenibile”. “Lo sviluppo sostenibile, lungi dall’essere una definitiva condizione di armonia, è piuttosto processo di cambiamento tale per cui lo sfruttamento delle risorse, la direzione degli investimenti, l’orientamento dello sviluppo tecnologico e i cambiamenti istituzionali siano resi coerenti con i bisogni futuri oltre che con gli attuali”. Tuttavia, se da un lato “lo sviluppo sostenibile impone di soddisfare i bisogni fondamentali di tutti e di estendere a tutti la possibilità di attuare le proprie aspirazioni ad una vita migliore” dall’altro nella proposta persiste una ottimistica (per alcuni critici eccessiva) fiducia nella tecnologia che porterà ad una nuova era di “crescita economica”: “Il concetto di sviluppo sostenibile comporta limiti, ma non assoluti, bensì imposti dall’attuale stato della tecnologia e dell’organizzazione sociale alle risorse economiche e dalla capacità della biosfera di assorbire gli effetti delle attività umane.

La tecnica e l’organizzazione sociale possono essere gestite a migliorate allo scopo di inaugurare una nuova era di crescita economica”. Il rapporto è diviso in tre ampie sezioni: la prima registra il peso dell’economia internazionale e le preoccupazioni per le minacce al futuro delle prossime generazioni; la seconda individua una serie di sfide collettive da affrontare come “Popolazione e risorse umane”, “Sicurezza ambientale: sostenere le potenzialità”, “Specie ed ecosistemi: risorse per lo sviluppo”, “Energia: scelte per l’ambiente e lo sviluppo”, “Industria: produrre più con meno”, “Il problema urbano”; la terza parte si conclude con la proposta di compiere sforzi comuni quali la gestione dei beni comuni internazionali, perseguire la pace, sicurezza, sviluppo ed ambiente. Aspetti importanti del rapporto tra sviluppo economico, equità sociale, rispetto dell’ambiente sono sintetizzati nella regola dell’equilibrio delle tre “E”: Ecologia, Equità, Economia. Tuttavia la definizione risente di una visione antropocentrica.

Al centro della questione non è tanto l’ecosistema, e quindi la sopravvivenza ed il benessere di tutte le specie viventi, ma le generazioni umane. Una successiva definizione di Sviluppo Sostenibile, in cui è inclusa invece una visione più globale, è stata fornita, nel 1991, dalla World Conservation Union, UN Environment Programme and World Wire Fund for Nature, che lo identifica come “… un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende”. Nello stesso anno Hermann Daly ricondusse lo Sviluppo Sostenibile a tre condizioni generali concernenti l’uso delle risorse naturali da parte dell’uomo: il tasso di utilizzazione delle risorse rinnovabili non deve essere superiore al loro tasso di rigenerazione; l’immissione di sostanze inquinanti e di scorie nell’ambiente non deve superare la capacità di carico dell’ambiente stesso; lo stock di risorse non rinnovabili deve restare costante nel tempo. In tale definizione, viene introdotto anche un concetto di “equilibrio” auspicabile tra uomo ed ecosistema.

Nel 1994, l’Iclei (International Council for Local Environmental Initiatives) ha fornito un’ulteriore definizione di Sviluppo Sostenibile: “Sviluppo che offre servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l’operabilità dei sistemi naturali, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi”. Ciò significa che le tre dimensioni economiche, sociali ed ambientali sono strettamente correlate, ed ogni intervento di programmazione deve tenere conto delle reciproche interrelazioni. L’Iclei, infatti, definisce lo sviluppo sostenibile come lo sviluppo che fornisce elementi ecologici, sociali ed opportunità economiche a tutti gli abitanti di una comunità, senza creare una minaccia alla vitalità del sistema naturale, urbano e sociale che da queste opportunità dipendono. Il rapporto Brundtland, come detto in precedenza, ha ispirato le dichiarazioni conclusive delle conferenze delle Nazioni Unite e diversi documenti di programmazione economica e legislazioni nazionali e internazionali. Per favorire lo sviluppo sostenibile sono in atto molteplici attività ricollegabili sia alle politiche ambientali dei singoli Stati e delle organizzazioni sovranazionali sia a specifiche attività collegate ai vari settori dall’ambiente naturale. Nel 1997 è stato sottoscritto un accordo internazionale noto come Protocollo di Kyoto, con il quale 118 nazioni del mondo si sono impegnate a ridurre le emissioni di gas serra per rimediare ai cambiamenti climatici in atto. Per raggiungere questi obbiettivi si lavora su due vie: una è il risparmio energetico attraverso l’ottimizzazione sia nella fase di produzione che negli usi finali (impianti, edifici e sistemi al alta efficienza, nonché educazione al consumo consapevole), l’altra è lo sviluppo delle fonti alternative di energia invece del consumo massiccio di combustibili fossili.

di Nicola Assini

*responsabile Fareambiente
regione Toscana
 
Ritorno al nucleare e alle fonti rinnovabili PDF 
Mercoledì 02 Luglio 2008 00:00
Nessuno scenario apocalittico pensando alle centrali nucleari, in un’Italia che dovrebbe creare un mix energetico che consenta al Paese nel medio periodo di arrivare al 25 per cento di rinnovabili e ad un altro 25 per cento di nucleare, lasciando solo il restante 50 per cento ai combustibili fossili. Sono questi due dei passaggi fondamentali, insieme al progetto di modificare il codice ammbiente per riportarlo nell’alveo europeo, del ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, nel corso della sua audizione di fronte alla commissione Ambiente alla Camera. Durante il suo discorso, Stefania Prestigiacomo ha invitato all’onestà intellettuale circa la creazione di centrali nucleari, portando in commissione l’esempio di nazioni come Germania, Francia e Inghilterra, che riescono a coniugare le esigenze ambientali con quelle relative alla creazione di fonti energetiche alternative, che creerebbero anche nuovi posti di lavoro. Ma accanto al nucleare, la Prestigiacomo ha richiamato l’attenzione anche sulle fonti rinnovabili, che rimangono troppo spesso relegate a comparto di nicchia, ma sui quali si può iniziare a scommettere.

E proprio le fonti rinnovabili potrebbero essere un nuovo motivo di slancio per il Mezzogiorno, grazie al ruolo di promozione delle politiche industriali nelle aree meridionali, svolto dalla Banca del Sud. Il ministero dell’Ambiente, quindi, deve diventare il laboratorio di un nuovo patto fra governo nazionale, istituzioni locali e cittadini. “Stiamo sforando di oltre il 18 per cento gli impegni di Kyoto non è assumere una posizione politca, ma soltanto marcare il punto di partenza del nostro lavoro”, ha detto il ministro. Nell’audizione della Prestigiacomo c’è posto anche per il sistema parchi, che troppo spesso si trova a fare i conti con la scarsità di finanziamenti. Questo vorrà dire attuare sistemi di semplificazione valorizzando e razionalizzando il sistema dei controlli al fine di assicurare tutela all’ambiente. “Si tratta di eliminare le duplicazioni, semplificare le procedure e ridurre le moltiplicazioni dei livelli amministrativi con la finalità primaria di coniugare le esigenze della necessaria salvaguardia ambientale con quelle dello sviluppo sostenibile”, ha detto infine il ministro dell’Ambiente chiudendo la propria audizione parlando del ruolo dell’Europa nella questiona ambientale.

Afra Fanizzi - da L'Opinione ed 135 del 2 luglio 2008
 
L'Italia tra gli sceicchi del vento PDF 
Martedì 17 Giugno 2008 00:00
Il mercato italiano dell’eolico comincia a decollare, sebbene in valori assoluti rimanga ben distante da quello di Germania, Spagna e Danimarca. La potenza installata nell’Europa a 27 ha avuto un sensibile aumento nel 2007, passando da 7.619 a 8.554 Mw installati nel periodo si riferimento. Nel corso del 2007 nel nostro Paese sono stati installati 603 Mw contro i 471 del 2006 e i 405 Mw dell’anno precedente, un incremento notevole ma non tale da far prevedere che l’Italia possa raggiungere in breve i livelli di produzione dei leader europei. La lenta strutturazione del mercato interno è dovuta a diversi fattori concorrenti: dai farraginosi iter autorizzativi regionale ai problemi infrastrutturali di parte della rete elettrica nazionale. Inoltre, sebbene la Direttiva 2001/77/Ec per la promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili sia stata anche prontamente recepita con il Decreto Legislativo 29 dicembre 2003, n. 387, la mancanza di “Linee guida nazionali” che facciano da riferimento causa agli investitori non pochi problemi, i quali sovente divengono incertezze che si traducono in libere interpretazioni di principi che invece dovrebbero ormai essere acquisiti.

Le differenze negli iter autorizzativi previsti dalle Regioni sono solo apparentemente inspiegabili, troppe volte la mancanza di una strategia nazionale e di una corretta informazione induce in errore il legislatore locale, dimentico di affidare un settore così importante e delicato a tecnici qualificati o forse troppo preoccupato di gestire presunte criticità quali i pericoli per l’avifauna o l’inquinamento acustico. Assodato che per la mortalità dei volatili sono molto più pericolose le normalissime finestre di ogni edificio e che il problema acustico, rispettati i limiti di legge, è praticamente inesistente, problemi di gran lunga maggiori sorgono per la superficialità con la quale in genere si tratta l’aspetto più delicato dell’impatto ambientale legato all’eolico: il paesaggio. Eppure, anche in questo caso, una corretta composizione di ogni interesse in gioco è facilmente possibile: sostenibilità significa razionale utilizzo delle risorse energetiche ma anche immaterialità, ovvero tutela dei beni paesaggistici, la quale deve però essere calata in una visione non fondamentalista della conservazione della natura.

Ciò significa tutela ma anche riconoscimento della funzione sociale dell’ambiente e conseguente possibilità di una sostenibile antropizzazione del territorio. In prospettiva, superare incertezze normative ed interpretative e, per quanto possibile, puntare all’uniformità degli iter potrebbe eliminare la pletora di improvvisati imprenditori e di progettisti con pochi scrupoli e meno conoscenze che inutilmente affollano di richieste gli uffici competenti. Probabilmente, questo agevolerebbe il mercato delle rinnovabili in misura addirittura maggiore dell’attuale regime di incentivazione dell’energia prodotta da fonti pulite, più alto in Italia che non in altri Paesi europei. D’altronde, l’indirizzo dell’UE è chiaro: entro il 2020 il 20% del consumo energetico totale dovrà utilizzare energia prodotta da fonti rinnovabili.

di Eustachio Voza
 
Rinnovabili come motore dello sviluppo economico PDF 
Mercoledì 11 Giugno 2008 00:00
L’ambientalismo di maniera ha fatto perno in questi anni sul credo che la difesa e la valorizzazione del territorio è inconciliabile, se non in contrasto, con lo sviluppo economico ed infrastrutturale, con la modernizzazione dei luoghi. Fortunatamente le cose non stanno cosi. L’ambientalismo richiede risposte diversificate e intelligenti rispondenti alle specificità del contesto. Per intenderci: nessuno pensa di realizzare opere infrastrutturali all’interno della valle dei templi d’Agrigento ma nello stesso tempo non si capisce il significato di una legislazione che, dichiarando area parco circa il 20% del territorio nazionale, blocca qualunque iniziativa di sviluppo in quei territori. Un impostazione del genere comporta la condanna per il paese all’immobilismo ed all’arretratezza. Lo sforzo deve essere invece rivolto invece a coniugare la salvaguardia reale del territorio con il suo sviluppo economico e sociale. Facciamo qualche esempio partendo dalla potenzialità dei progetti afferenti il campo delle energie rinnovabili. Questi progetti, se ben impostati possono trasformarsi in un eccezionale volano per lo sviluppo economico dei territori rendendo disponibile agli amministratori (meglio se consorziati) redditività importanti da reinvestire ed occupazione duratura per molte persone. Il compito delle Amministrazioni è quello di reinvestire correttamente tali introiti non facendoli assorbire totalmente dalle spese correnti ma destinandone una parte significativa, alla creazione di circuiti economici virtuosi. Comunità che si trovano in aree particolarmente vocate all’Eolico, Fotovoltaico, biomasse, possono realizzare Progetti estremamente importanti e produttivi tali da rendere disponibili alle amministrazioni (meglio se consorziate) risorse cospicue da reinvestire. Spesso poi la natura ha fatto sì che i siti meglio predisposti all’utilizzo di questi elementi siano quelli che per tante ragioni sono più svantaggiati nella scala dello sviluppo economico del paese. Le aree a maggiore vocazione eolica sono nel sud dell’Italia come pure le ore di sole delle regioni meridionali sono circa 40% in più rispetto a quelle delle regioni settentrionali. Sono risorse da impiegare. Facciamo un esempio. Un Progetto di Parco Eolico ben studiato, condiviso fra le Amministrazioni locali ed un partner tecnologico forte ed affidabile, sfruttando semplicemente gli incentivi già previsti dalle attuali normative, consentirebbe a tante Amministrazioni locali svantaggiate, di disporre di redditi di sicuro interesse. Certo le cose non sono semplici come appaiano. Le Amministrazioni devono essere all’altezza del compito. Devono guardare a questi Progetti per realizzare il vero sviluppo economico e non per avere qualche fondo in più per l’ordinaria amministrazione. L’errore che le Amministrazioni potrebbero compiere in questo caso è quello di gestire, considerate le reali ristrettezze in cui si dibattono, queste entrate come reddito ordinario. Sarebbe un grave errore anche perché il valore assolutamente interessante di queste entrate consentirebbe di dare ossigeno all’ordinaria amministrazione e contemporaneamente destinarne parte alla Progettazione del futuro. A questo scopo si potrebbe pensare di destinare una parte degli introiti per finanziare l’elaborazione del Piano di Sviluppo Strategico del territorio. Tale piano costituisce l’occasione d’indagine per l’individuazione delle vocazioni e delle potenzialità del Territorio al fine d’elaborare le linee strategiche per lo sviluppo, nella condivisione degli obiettivi e delle metodologie con il tessuto pubblico e privato offrendo maggiori garanzie sulla credibilità degli obiettivi prefissati. Gli amministratori si troverebbero (finanziato da un progetto che utilizza energie rinnovabili) uno strumento con il quale fare vero e reale sviluppo economico sfruttando in modo scientifico le migliori potenzialità del territorio. Non solo. Il Piano di Sviluppo Strategico consentirebbe l’accesso ai fondi strutturali programmati fra il 2007-2013. In sintesi da un Progetto che fa leva su energie pulite e rinnovabili si può innescare un processo che oltre ad aiutare gli amministratori sull’ordinario consentirebbe di innescare, a costo zero, processi di reale sviluppo economico per i territori con benefici a cascata sulle popolazioni.
A chiudere il cerchio poi alla fine dell’esercizio del Parco Eolico si potrebbe decidere di proseguire l’esperienza con un refresh tecnologico oppure, avendolo previsto fin dall’elaborazione del progetto, rimuovere il Parco e ripristinare l’ambiente originario.
Ecco, questo ci sembra un modo intelligente di coniugare l’ambientalismo, lo sviluppo economico, le esigenze degli amministratori e delle popolazioni. Quanto qui esposto vuole essere un timido approccio allo sviluppo economico sostenibile che nel corso delle settimane tenderà a consolidarsi in progetti cantierabili aprendo delle finestre su un futuro accettabile dai più. Dato che il nostro obiettivo, in primis, è quello di allargare la base del consenso questo non può che avvenire attraverso un nuovo linguaggio, una nuova visione condivisa, nuove conoscenze ed il trasferimento di pratiche di successo adottate in altri paesi. Se è vero che abbiamo bisogno di un nuovo linguaggio è anche vero che per assimilarlo abbiamo bisogno di una maggiore consapevolezza e di una visione multidisciplinare del contesto in cui operare. La sfida non è delle più facili ma siamo altrettanto convinti che non è impossibile se riusciamo ad allargare la base della comprensione e del coinvolgimento. Il nostro intento è quello di tracciare una via per lo sviluppo economico attraverso una forte dose di fiducia, la costruzione di un capitale sociale e della dignità. Con tecnica puzzle vogliamo affrontare uno stimolante dibattito sulle tematiche di sviluppo economico, in armonia con l’impegno civile che ci contraddistingue, per far fronte alla dilagante schizofrenia culturale che mina le basi democratiche di convivenza civile. Nell’attuale fase storica dettata dall’incertezza e dalla instabilità sociale latente, ognuno di noi si deve sentire chiamato a dare un contributo concreto in termini di policy (azione) e di policy makers (costruttori d’azione) per agevolare le scelte di cui si nutre la politica, sintesi dei bisogni collettivi. Non idee per l’azione di parte ma idee per la costruzione di azioni da condividere perché questo è il metodo che agevola le scelte in termini di tornado politics e non di abortion politics e perché lo sviluppo è parte di una interazione collettiva da cui emergono le meso-strutture socio-economiche. In un’epoca dominata dalle disinformazioni, da incoerenza culturale, dalla carenza di attenzione, dalla facile ricerca della somiglianza e non delle differenze proponiamo un cambio di paradigma per perseguire la via alta della competitività tra coesione sociale e sviluppo economico esponendo tesi, argomentazioni e modalità per coniugare cultura e sviluppo. Per perseguire questa via alta affermiamo l’esigenza di un nuovo linguaggio, una nuova linguistica, nuovi strumenti di analisi, nuove intelaiature concettuali ed una grande narrazione consistente e condivisibile. Lo sviluppo richiede anche una leadership che va ricercata in quei modelli di umiltà che dischiudendo l’accesso al sommo bene consentono di esercitare un’influenza benefica contrapponendosi di fatto a quei modelli di leadership che proiettano all’esterno energie caotiche di interiorità che danno sfogo a potere distruttivo. A nostro modesto avviso sarà alquanto difficile attivare un processo di sviluppo economico se non si affronta in modo serio e rigoroso un processo di dittazione culturale. Non possiamo più pianificare un processo di sviluppo economico possiamo solo costruire un brodo primordiale per lo sviluppo da cui dovranno emergere configurazioni economiche dinamiche (vita economica) e non configurazioni economiche congelate (statiche). Per fare questo, come abbiamo accennato all’inizio, abbiamo bisogno di nuovi paradigmi e nuovi linguaggi e padroneggiare la fisica, la biologia, la matematica, l’economia e la filosofia come pure non dovranno avere segreti tematiche e strumenti come la teoria delle catastrofi, il caos, la complessità, l’ubiquità dello stato critico, la legge di rottura, la teoria dei rendimenti crescenti, il capitalismo informazionale e relazionale, l’economia della creatività [nota anche come economia delle 3T (talento, tecnologia, tolleranza)] e l’economia dello sviluppo locale. Allora sì che quando vediamo un porto, come quello di Gioia Tauro, non lo individuiamo più come una configurazione congelata (transhipment) avulsa dal contesto socio-economico-locale-culturale bensì come un cluster della logistica motore di un distretto high tech sul modello del cluster logistico di Rotterdam. Solo così riusciamo a vedere i possibili sviluppi del cluster ed uscire dall’artigianalità produttiva e culturale. Nel nostro modello di sviluppo, abbiamo constatato che la criticità è costituita dalla mancanza di leadership. Questa nota non può che concludersi con un incitamento verso quella leadership che ci sprona ad uscire dall’artigianalità quotidiana, per tentare la via alta del pensiero strategico e trovare e ricostruire incessantemente connessioni sociali prima, e connessioni tra scienze pure e cultura poi; la leadership che ci ricorda Antoine de Saint Exupèry, il quale diceva “una pozzanghera associata alla luna rivela delle connessioni nascoste”; la leadership che ci richiama ad immergerci nel pensiero critico e nella passione delle sfide, per non accrescere la solitudine; la leadership che ci richiama costantemente all’entusiasmo e ci consiglia ad accettare la tensione e le sfide, perché la tensione è sinonimo di creatività; la leadership che ci invoglia al grande progetto dello sviluppo, nella consapevolezza dei nostri limiti; la leadership che ci esorta al ritorno al gioco, quando l’entusiasmo si trasforma in fallimento; la leadership che fa continuamente apprezzamento al valore della dignità, alla quale sono indirizzati i suoi sforzi. Quando la gente non partecipa o non si espone, non sempre lo fa per timore, per egoismo o per incapacità; nella maggior parte dei casi lo fa per dignità, e pensiamo che questo sia il più alto valore, che merita rispetto e risposte. È a questa dignità che ci dobbiamo rivolgere ed è su questa dignità che dobbiamo far leva per far uscire dalla cappa dell’indifferenza gli esclusi dal dialogo. È importante al riguardo segnalare un altro aspetto della dignità evidenziando che gli uomini, comunque, cercano non solo il confort fisico, ma anche quello psicologico. Questo benessere psicologico si presenta come dignità o come riconoscimento del proprio valore - quello che Aristotele chiamava thymòs. Anche quando il progresso scientifico porta ad una maggior ricchezza e a un maggior comfort, l’uomo continua a lottare per il riconoscimento e la dignità. Questo impulso al thymòs secondo Fukuyama, è la causa principale della scia di sangue che accompagna la storia. Gli uomini hanno lottato per secoli contro le rigide gerarchie sociali che negavano loro dignità e autonomia. Nei successivi articoli tenteremo con una maggiore linearità di mettere ordine al caos imperante e restituire fiducia per un futuro in cui ci possiamo riconoscere nel linguaggio e nell’azione.

di Antonio Iaconetti
 


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