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Le centrali di oggi sono supersicure PDF 
Sabato 26 Luglio 2008 00:00
La mondializzazione della questione energetica porta tutti i Paesi del mondo a confrontarsi con molti e gravi problemi , ma ha ridotto gli spazi di scelta dei singoli per risolverli. Ricordiamo i più controversi.
Una domanda crescente di energia che non potrà, di certo, essere compensata a lungo dal risparmio. I timori di cambiamenti climatici, che rendono sempre più pressanti degli accordi internazionali, per limitare le emissioni di gas ad effetto serra. La cui efficacia è, tuttavia, ancora dubbia; La necessità di tutti i Paesi di aumentare il livello della propria indipendenza energetica, per assicurarsi uno sviluppo durevole, non troppo condizionato dal timore di carenze di prodotti energetici fossili. Problemi difficilmente conciliabili e gravosi per le economie dei Paesi occidentali più industrializzati. Che, se vogliono mantenere il livello di benessere acquisito e rispettare gli impegni sottoscritti o non, necessari per mantenere gli equilibri planetari, devono per forza e per primi dare un impulso risolutivo allo sviluppo dell’unica fonte disponibile “ad alta densità energetica”, la fonte nucleare, almeno per la produzione di elettricità. Senza trascurarne altre che possano contribuire, sia pure in misura molto minore e per altre necessità, a mitigare la crescente instabilità dei mercati energetici.

Di fronte alla previsione di un bisogno energetico mondiale almeno doppio di quello attuale, intorno alla metà di questo secolo, il dibattito che oppone l’energia nucleare alle fonti di energia rinnovabili è, ormai, privo di senso. Queste preoccupazioni strategiche, ambientali e sociali, che si sono soltanto aggravate negli ultimi anni, convalidano la giustezza della scelta di politica energetica che tutti i grandi Paesi industrializzati hanno fatto, già da parecchi decenni, di orientarsi progressivamente verso la fonte nucleare. E non è inutile chiedersi quali sarebbero state le conseguenze di un eventuale abbandono generalizzato del nucleare sulle economie di tutto il mondo, a seguito del disgraziato evento di Chernobyl. Di cui, ancora oggi, i detrattori del nucleare si ostinano a non voler capire né le cause né gli effetti. Vale la pena ricordare che, nei grandi Paesi industrializzati europei, la quota di energia elettrica di origine nucleare era di circa il 32%, già quando i prezzi dei prodotti fossili erano molto bassi ed il confronto dei costi del kWh di varia origine era più discutibile.

D’altra parte, dopo l’incidente di Chernobyl, la costruzione di nuovi reattori ha subito modesti rallentamenti nel mondo, in particolare in Asia. E nel 2007 sono stati registrati dalla Aiea (Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica) 32 nuovi impianti nucleari in costruzione, molti dei quali nell’Est Europa (in particolare in Russia) ed in altri grandi Paesi (India, Cina e Giappone). Altri 94 sono in fase di progettazione. Una stasi nella costruzione di nuovi impianti è stata riscontrata solo nei Paesi occidentali; che, però, ne avevano già costruiti molti, con previdente anticipo. Bisogna anche notare che questi Paesi hanno mantenuto in efficienza il loro sistema nucleare ed industriale, pronti a ripartire in qualsiasi momento, senza grandi difficoltà politiche o di altra natura. Ed hanno dato impulso alla ricerca, sia per allungare la vita dei loro reattori, che rimarranno in funzione ancora per molto tempo, con grande vantaggio economico, sia per metterne a punto altri più avanzati. Destinati a sostituire i propri, quando sarà necessario, ma anche ad essere commercializzati in tutti i Paesi del mondo già “nuclearizzati” o che vogliono diventarlo. E’ questa una strategia tecnologica ed industriale di lungo respiro, che si estenderà fino alla fine di questo secolo. Prima con i reattori della terza generazione, alcuni dei quali già in costruzione (Finlandia e Francia); e, poi, con quelli della quarta generazione, che i Paesi più fiduciosi nella ricerca e più desiderosi di vivere un futuro sicuro hanno deciso di raggiungere con uno sforzo comune (“Il Secolo XIX” - 21 maggio 2008). L’Italia è stata finora assente, avendo deciso di consumare l’energia elettronucleare prodotta dagli altri.

I reattori di terza generazione sono l’evoluzione dei reattori raffreddati ad acqua ordinaria, pressurizzata o bollente, realizzati tra il 1970 ed i primi anni del 1990, che costituiscono più dell’85% del parco elettronucleare del mondo. Fra quelli di terza generazione, l’Epr (Reattore Europeo Pressurizzato), nato da uno sforzo congiunto franco-tedesco, con l’adesione di altri Paesi interessati, si distingue per il numero importante di innovazioni o miglioramenti adottati. Risultato ottenuto in stretta collaborazione con le Autorità di Sicurezza e tenendo conto delle esigenze comuni espresse dai maggiori produttori di elettricità, potenziali clienti. In materia di sicurezza,tutti i tipi di incidenti sono stati riconsiderati, per raggiungere due obiettivi fondamentali : a) gli incidenti senza fusione del nocciolo devono essere tali da non richiedere alcuna misura di protezione della popolazione; b) nel caso di incidente con fusione del nocciolo, delle misure precauzionali di protezione della popolazione devono essere limitate alle immediate vicinanze del sito e di brevissima durata.

Limitandosi a quest’ultimo caso, si riassumono le principali modifiche introdotte ed i sistemi di protezione aggiuntivi ed innovativi: la probabilità di fusione del nocciolo del reattore, già infima nei reattori attualmente in funzione, è stata ulteriormente divisa per 10, sia riducendo gli eventi che potrebbero dare inizio alla fusione sia aumentando o migliorando i sistemi di sicurezza capaci di arrestare rapidamente lo sviluppo di tali situazioni, qualora si verificassero; studi probabilistici hanno mostrato che la frequenza di un tale evento si limiterebbe ad un solo incidente durante un periodo ipotetico di funzionamento del reattore di un milione di anni. Tuttavia, in caso di fusione di tutto o parte del nocciolo, il materiale fuso che riuscisse a perforare il contenitore del reattore (di acciaio, di grande spessore) finirebbe in un “recuperatore” sottostante, di spargimento e di confinamento, realizzato con materiali refrattari resistenti ad altissime temperature e raffreddato. Nella parte superiore, l’edificio che racchiude l’insieme Epr, costituito da due involucri stagni in cemento armato di estrema robustezza, assicura il confinamento della radioattività. L’involucro interno può resistere anche a sovrappressioni causate da deflagrazioni (idrogeno o vapore), malgrado siano state “praticamente eliminate” le situazioni accidentali che potrebbero provocare tali eventi.

D’altra parte, queste stesse strutture in cemento armato sono dimensionate per resistere agli effetti della caduta di un aereo; l’EPR è dotato di 4 “sistemi di salvaguardia” esterni alla cintura del reattore, sostituibili l’uno all’altro, e distribuiti in edifici separati e distanti tra loro, per evitare che un eventuale incidente che ne colpisca uno possa coinvolgere gli altri. Inoltre, due di essi e l’edificio di trasferimento del combustibile, nuovo o usato, sono “bunkerizzati”. E’ difficile mettere in dubbio il livello di sicurezza elevatissimo, e quasi singolare, raggiunto dalla tecnologia nucleare. Naturalmente questo ha dei costi. Ma essi sono largamente compensati, con un bilancio positivo, da altre innovazioni che permettono a questo reattore di produrre energia meno cara di quelli di seconda generazione. E la comparazione non può essere fatta che con questi, essendo ormai inutile comparare il costo del kWh di origine nucleare con quello, sempre più alto, da idrocarburi o da altre fonti di energia.

Inutile. L’Epr è, forse, il più competitivo fra gli altri reattori di terza generazione, anche se, per la sua potenza, non si adatta alle situazioni di tutti i Paesi. Questo è il risultato di: un aumento della potenza intorno a 1600 MWe; un aumento del rendimento di 2 o anche 3 punti; una durata di vita allungata da 40 a 60 anni; l’utilizzo di combustibili più performanti, uranio arricchito al 5% di U235 o Mox (miscela di ossidi di uranio e plutonio); dai quali si riesce a produrre molta più energia ed a ridurre di circa il 30% il volume delle scorie radioattive a vita lunga, i loro tempi di permanenza nel reattore essendo più lunghi. Il coefficiente di disponibilità del reattore supera il 90%, con la possibilità di effettuare molte operazioni di manutenzione con il reattore in servizio. L’Epr ha suscitato grande interesse e sarà certamente uno dei protagonisti di un più rapido sviluppo dell’energia nucleare, che tutti i grandi Paesi hanno in programma di realizzare. Recentemente, anche l’ Italia ha espresso la volontà di un rapido ritorno al nucleare, con i reattori di questa generazione, rendendosi finalmente conto che non ha più senso la logica di isolamento che ha distinto, finora, la sua politica energetica. Ma non mancano coloro che suggeriscono di aspettare la quarta generazione!
di Sabino Gallo
 
Educazione ambientale in un progetto di legge PDF 
Giovedì 24 Luglio 2008 00:00

Mercoledì 23 luglio presso la Camera dei Deputati il movimento ecologista europeo Fareambiente presenta il progetto di legge per introdurre l’educazione all’ambiente ed alla sicurezza, quale materia di studio nelle scuole di ogni ordine e grado. Da tempo sentivamo la necessità di colmare un vuoto. Dal momento in cui sarà varata la legge l’educazione ambientale diverrà finalmente materia di studio scolastica, dalle elementari fino ai licei - con queste parole il Presidente di Fareambiente Vincenzo Pepe saluta il varo del progetto normativo che il 23 luglio sarà presentato a Roma presso la Camera dei Deputati in Via della Missione, alla presenza dell’Onorevole Benedetto Fabio Granata, Pdl Commissione Cultura – primo firmatario del disegno di legge, l’Onorevole Agostino Ghiglia Pdl Commissione ambiente, l’Onorevole Donato Lamorte capogruppo Pdl Commissione Difesa, l’Onorevole Roberto Menia Sottosegretario all’Ambiente, l’Onorevole Nicola Cosentino Sottosegretario all’Economia e Finanze. Numerose sono le adesioni e le testimonianze di apprezzamento, arrivate dal mondo scientifico e della cultura.

Negli scorsi giorni Pepe aveva inviato una lettera ai Ministri della cultura e dell’ambiente, al Capo del Governo ed al Capo dello Stato, con la quale richiedeva un forte impegno affinché sin dalla ripresa dell’anno scolastico, lo studio dell’educazione all’ambiente ed alla sicurezza venisse introdotto nelle scuole e inserita fra le materie di studi. Già da tempo nelle scuole italiane vengono organizzate, da associazioni ambientaliste e da volontari, lezioni educazione ambientale, attività che non avendo un programma di studi ministeriale riserva molti lati oscuri e viene lasciata al buon senso dei docenti, ai quali bisogna riconoscere l’apprezzamento per il lavoro sino ad oggi svolto, che è servito a maturare l’opportunità di presentare il progetto di legge. La tutela dell’ambiente costituisce un processo che per essere compreso a fondo necessita di una cultura di rispetto che veda l’affermazione della concezione dell’ambiente come patrimonio comune dell’umanità. E’ oggi essenziale procedere ad una rivisitazione del sistema scolastico per essere al passo con una società in continua evoluzione che deve confrontarsi con nuovi eventi un tempo inimmaginabili e fare della scuola un laboratorio dove fiorisca la cultura, con insegnanti meglio qualificati e motivati, in grado di trasmettere alle menti in erba lo stimolo ad apprezzare e conoscere la società in cui viviamo e l’ambiente che ci circonda.

E’ fondamentale – spiega Pepe - partire dalle scuole elementari perché solo con la formazione di una adeguata cultura dell’ambiente si può educare a gestire l’ambiente ed imparare prevenire situazioni di emergenza; per questo è necessario un concreto impegno del Governo a 360 gradi sulla politica ambientale. L’alta formazione e lo studio specialistico sono invece assicurati dalle Università dove ormai da oltre un decennio nei corsi di studio universitari o nei Master post laurea di primo e secondo livello sono insegnate materie come il diritto dell’Ambiente e della Politica e gestione dell’ambiente. L’ambiente è patrimonio dell’uomo e la cultura dell’ambiente è imprescindibile per affrontare lo sviluppo del Paese. Uno sviluppo sostenibile, che ci consenta di consegnare il mondo ancora in buona salute alle generazioni future. La Fondazione Gianbattista Vico è uno dei centri della cultura, che da tempo promuove programmi di educazione ambientale anche attraverso convegni di studio mirati alla necessità di dare al diritto dell’ambiente un rilievo costituzionale. Parliamo di uno dei diritto fondamentali, sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che è degno di assurgere al rango costituzionale. La nostra carta fondamentale fa sì riferimento all’ambiente, identificandolo nella tutela del paesaggio, ma è questa una concezione che col tempo si è evoluta e risulta oramai dissimile da quella immaginata dal legislatore costituzionale del ’48; era quello il tempo in cui l’inquinamento non destava le preoccupazioni di oggi, attualmente invece la situazione è ben diversa.

Ai giorni nostri la tutela dell’ambiente costituisce un processo che per essere compreso a fondo necessita di una cultura di rispetto, che veda l’affermazione della concezione dell’ambiente come patrimonio comune dell’umanità. Affermare l’educazione ambientale come nuova e autonoma disciplina obbligatoria nelle scuole di ogni ordine e grado, con programmi stabiliti per ogni ciclo scolastico è, a questo punto, una necessità da affrontare in maniera risolutiva. Continuare a contare soltanto sull’opera di pochi volontari, non consente di coprire tutto il bacino scolastico, una soluzione che ha lasciato lascia scoperti parecchi istituti. Si tratta di un cammino in salita, ma necessario a dare la legittima collocazione ad una materia meritevole di essere appresa al pari delle scienze, della storia o della geografia, che servirà ad educare i cittadini del domani e le future classi dirigenti.

di Paolo Feliciotti


 
Coi fossili non si va lontano, bisogna cambiare rotta in fretta PDF 
Lunedì 14 Luglio 2008 00:00

Dal più autorevole e recente rapporto sui cambiamenti climatici “Climate Change 2007” elaborato dai 2.500 scienziati ed esperti dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) emergono una serie di indicazioni di grande rilievo. E’ ormai inequivocabile il riscaldamento del sistema climatico che, con una probabilità superiore al 90%, si può ritenere dovuto alle emissioni di gas serra causate dalle attività umane (negli ultimi anni il 70% circa dell’aumento della concentrazione in atmosfera di anidride carbonica, principale gas serra, è stato causato dalla combustione di fonti fossili). In Europa gli effetti negativi dei cambiamenti climatici interesseranno quasi tutte le regioni e costituiranno una seria sfida per molti settori dell’economia.
Nell’Europa meridionale potrebbero causare, molto probabilmente, un peggioramento delle condizioni per l’incremento delle temperature e della siccità che comporteranno una riduzione della disponibilità di acqua, del potenziale di produzione dell’energia idroelettrica, del turismo estivo e, in generale, della produttività dei raccolti. Secondo le proiezioni, vi potrebbe essere un incremento dei rischi per la salute dovuti alle ondate di calore, e della frequenza degli incendi.

Per limitare gli effetti dei cambiamenti climatici e mutamenti rilevanti ed irreversibili per l’ecosistema mondiale, l’Unione Europea si è prefissata di contenere l’aumento della temperatura di 2 °C rispetto ai valori preindustriali, in virtù anche della sostenibilità economica e della fattibilità tecnica del raggiungimento di tale obiettivo. Le proiezioni future della domanda di energia evidenziano un netto aumento a causa della crescita economica di Paesi emergenti quali Cina e India e dell’incremento demografico mondiale (secondo l’Onu la popolazione mondiale passerà dagli attuali 6,6 miliardi ad 8,1 nel 2030 ed addirittura 9,1 nel 2050). Nel World Energy Outlook 2007 dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie) viene riportato che in base allo scenario di riferimento i fabbisogni energetici mondiali al 2030 aumenteranno del 55% rispetto a quelli del 2005 con un tasso di crescita medio annuo dell’1,8%. A tale incremento contribuiscono per circa il 45% la Cina e l’India. La domanda di petrolio dovrebbe raggiungere i 116 milioni di barili al giorno (32 milioni in più rispetto al 2006).

Nello scenario alternativo la domanda dovrebbe crescere con un tasso medio annuo dell’1,3% nel periodo 2005-2030 con una domanda di barili di petrolio al giorno di 14 milioni in meno rispetto allo scenario di riferimento. Se tale domanda dovesse essere soddisfatta ricorrendo in gran parte ai combustibili fossili, così come previsto nello scenario di riferimento, le emissioni nel 2030 aumenterebbero del 57% rispetto ai valori del 2005, mentre le politiche previste nello scenario alternativo comporterebbero un incremento delle emissioni totali di gas serra del 27% rispetto al 2005, e consentirebbero, ipotizzando una continua riduzione delle emissioni dopo il 2030, una stabilizzazione della concentrazione equivalente di Co2 nell’atmosfera pari a circa 550 ppmv (parti per milione in volume), a cui corrisponderebbe, secondo le migliori stime dell’Ipcc, un aumento della temperatura media di circa 3°C rispetto ai livelli preindustriali. Secondo le stime dell’Aie per limitare l’aumento medio delle temperature ad un massimo di 2,4°C, si dovrebbero ridurre nel 2030 le emissioni di Co2 legate all’energia di 19 miliardi di tonnellate rispetto a quanto stimato nello scenario di riferimento e di 11 miliardi di tonnellate rispetto allo scenario alternativo.

Pertanto se nel medio-lungo periodo si continuasse ad attuare una politica energetica basata sulle fonti fossili ci si esporrebbe al rischio, francamente inaccettabile, di avere un incremento di concentrazione in atmosfera di gas serra tale da innescare fenomeni non lineari in seguito ad una doppia reazione a catena tra la concentrazione atmosferica di anidride carbonica e la temperatura, in grado di generare repentine variazioni climatiche dagli effetti imprevedibili e potenzialmente catastrofici su scala globale. E tale rischio è tanto più alto quanto maggiore sarà il tasso di crescita della concentrazione di Co2 in atmosfera (già negli ultimi anni l’aumento di concentrazione di anidride carbonica è avvenuto con un tasso di crescita che è il più alto registrato negli ultimi 20 mila anni) o della temperatura. Ma per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici occorre intervenire subito, in quanto si ritiene che gli investimenti che saranno effettuati nei prossimi 10-20 anni condizioneranno in modo determinante le evoluzioni degli effetti dei cambiamenti climatici. Dal rapporto “Stern Review on the Economics of Climate Change” di Nicholas Stern, si evince che se non facciamo nulla ciò comporterà gravi problemi in termini di sicurezza sia locale che globale, ed i costi economici, sociali ed ambientali che dovremo sostenere nel lungo termine saranno molto alti e comunque di gran lunga superiori rispetto a quelli che servono per attuare azioni tempestive necessarie per mitigare l’effetto dei cambiamenti climatici.

Ma una crescita così forte della domanda di energia, oltre ai gravissimi rischi ambientali legati principalmente ai cambiamenti climatici, ci espone anche a seri problemi per quanto concerne le garanzie di ottenere approvvigionamenti energetici affidabili ed a costi accettabili soprattutto se si considera la recente dinamica dei prezzi dei combustibili fossili, la collocazione geografica delle riserve di tali fonti primarie, con i connessi problemi geopolitici, e le prospettive di esaurimento (significativa è una dichiarazione recente rilasciata dal capo economista dell’ Aie, Fatih Birol nel corso della quale ha affermato: “Non sappiamo quando, ma il petrolio finirà: meglio che lo abbandoniamo noi prima che sia lui, il petrolio, ad abbandonarci”). Il prezzo del petrolio ha subito negli ultimi anni un progressivo e notevole aumento passando dai 24,2 dollari al barile del 2002 fino agli oltre 140 dollari di oggi, mentre il gas, che segue le dinamiche del petrolio, ha subito incrementi rilevanti del prezzo così come è accaduto per il carbone. Nel caso dell’uranio, il prezzo di vendita si è addirittura quasi decuplicato.

Al 1° gennaio 2005 risulta che le riserve accertate di petrolio sono concentrate per il 56% in Medio Oriente, mentre nel caso del gas il 55,7% è concentrato in soli tre Paesi (Russia, Iran e Qatar). Per il greggio bisogna poi considerare che negli ultimi anni le quantità disponibili a seguito di scoperte di nuovi giacimenti sono risultate inferiori agli incrementi di produzione, che i costi di ritrovamento ed estrazione del nuovo greggio sono in rapida crescita, e che nel medio-lungo termine la dipendenza dai Paesi mediorientali crescerà. Pertanto con un incremento consistente della domanda mondiale di energia, e con una concentrazione delle riserve di petrolio e gas in misura prevalente nel Medioriente e Russia, ed alla luce delle considerazioni fatte è facile prevedere che il prezzo dell’energia connesso a queste fonti dovrebbe rimanere alto ed aumentare nel tempo.

Di conseguenza è consigliabile limitare al più presto ed in modo sempre più consistente nel tempo l’impiego dei combustibili fossili, e ciò è tanto più vero per un Paese come il nostro che copre il proprio fabbisogno energetico per il 79% mediante prodotti petroliferi e gas naturale (dati 2005), che ha una dipendenza energetica dall’estero dell’85% circa, che ha visto lievitare la propria “bolletta energetica” dai 27,7 miliardi di euro del 2001 ai circa 47 miliardi di euro del 2007 (per il 2008 si stima che raggiungerà i 65 miliardi), e che nel 2012 quasi certamente non sarà in grado di ottemperare agli obblighi sottoscritti in seguito alla ratifica del Protocollo di Kyoto che ci impongono di ridurre le emissioni di Co2 del 6,5% rispetto ai valori del 1990 e che invece ad oggi abbiamo incrementato di circa il 12% (stimando il prezzo della Co2 a 20 euro a tonnellata significa che l’attuale sforamento in termini di emissioni di oltre 90 milioni di tonnellate rispetto all’obiettivo di Kyoto comporta un costo per il nostro Paese di poco più di 5 milioni di euro al giorno).

Bisogna orientarsi verso una politica energetica che punti innanzitutto in modo più deciso, già nel brevissimo termine, ed in modo sempre più consistente nel tempo sull’uso razionale dell’energia nell’industria e negli edifici, e sulle fonti rinnovabili per le quali nel brevissimo termine bisogna emanare le delibere dell’Aeeg e i decreti di attuazione previsti dalla legge 222/07 e dalla Finanziaria 2008 per definire un quadro regolatorio stabile e privo di incertezze (particolare rilievo rivestono la questione della ripartizione tra le Regioni dell’obiettivo Nazionale di coprire entro il 2012 almeno il 25% del consumo interno lordo di energia elettrica mediante le fonti rinnovabili, l’eliminazione delle criticità normative relative alle autorizzazioni che attualmente costituiscono molto spesso la principale barriera alla diffusione delle fonti rinnovabili, l’individuazione di adeguate sanzioni per i ritardi di connessione alla Rete, la “messa a punto” del meccanismo dei Cv e la disciplina dello scambio sul posto per gli impianti fino a 200 Kw). Nel settore dei trasporti bisogna migliorare l’efficienza energetica dei veicoli, impiegare sempre di più i combustibili alternativi e potenziare il trasporto pubblico, soprattutto nelle aree urbane. Nel medio-lungo termine bisognerà orientarsi anche sull’impiego delle tecnologie per il sequestro e la cattura della Co2 e nelle centrali nucleari di quarta generazione, mentre le centrali nucleari basate sulla fusione vanno inquadrate in un orizzonte temporale di lungo-lunghissimo termine.

Nel settore dei trasporti l’impiego dell’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili come “combustibile”, oltre ai vantaggi energetici ed ambientali, consentirà di ottenere notevoli risparmi dovuti ai minori costi esterni connessi a questo settore ed un sensibile miglioramento della qualità vita soprattutto nelle aree urbane (meno inquinamento atmosferico e meno rumore, quindi minori patologie). In ogni caso nel nostro Paese sarà molto importante investire molto di più nella ricerca e nello sviluppo tecnologico del settore energetico, invertendo il trend registrato nell’ultimo decennio. In definitiva la sfida energetica-ambientale è difficile, ma abbiamo gli strumenti e le strategie per poterla superare a patto che la politica agisca al più presto adottando una serie di provvedimenti che necessariamente non si devono basare sulla logica abituale del breve termine, ma che devono guardare verso orizzonti temporali di medio-lungo termine. Se ciò accadrà quella che attualmente appare una sfida ardua si potrà trasformare in una formidabile occasione di sviluppo. Al riguardo basta pensare alle energie rinnovabili per le quali alcuni esperti ipotizzano che ad una loro diffusione sia associata la possibilità di una nuova rivoluzione industriale, ipotesi del resto confortata dal crescente e consistente afflusso finanziario che ha interessato questo settore negli ultimi anni (nel 2006 un terzo degli investimenti globali nel settore energetico sono confluiti nel settore delle energie rinnovabili).

di Massimiliano Desiderio
Esperto di politiche energetiche
 
In difesa del territorio contro la criminalità ambientale PDF 
Venerdì 11 Luglio 2008 00:00
Già agli inizi degli anni Settanta lo sfruttamento del territorio ad opera della delinquenza organizzata si presentava come massiccio e diffuso su larga parte del territorio nazionale. A chi della conoscenza profonda e minuziosa del territorio faceva strumento di potere e prevaricazione non poteva sfuggire, in particolare nelle regioni meridionali, l’importanza e la dimensione degli affari legati all’utilizzazione indiscriminata di suoli, corsi d’acqua, coste e aree lacustri. Tra gli affari potenzialmente più lucrosi sicuramente si profilava il traffico e lo sversamento dei rifiuti, prodotti in quantità sempre crescente da una società consumatrice ed industrializzata segnatamente in corrispondenza degli agglomerati urbani in via di espansione demografica. Il sistema di trasporto e scarico dei rifiuti di ogni specie da quelli urbani a quelli tossici-nocivi delle industrie con la utilizzazione delle aree naturalmente predisposte (cave, valloni, terreni sabbiosi) o con la realizzazione di siti appositi, modificando e deturpando irreversibilmente lo stato dei luoghi di zone anche di pregio, come nel caso di formazione di laghi artificiali derivati dalla estrazione di sabbia marina, riempiti di rifiuti, poi affondati e occultati nella massa d’acqua venuta fuori dal sottosuolo assicurava alla criminalità organizzata enormi profitti.

A contrastare il piano di speculazione sull’ambiente da parte sia di singoli che di sodalizi malavitosi, dai primi anni ottanta in poi, provarono i magistrati di molte Preture Mandamentali interessate territorialmente, i quali dispiegarono, fino al primo assetto ordinamentale del 1990, copiose energie investigative e realizzarono in varie parti d’Italia, un apposito coordinamento di uffici, al fine di evitare che l’azione di uno finisse al confine della competenza territoriale di un altro o addirittura fosse in contrasto con quello del mandamento limitrofo. Tale tentativo di conduzione, sincronizzata e organizzata, di attività giudiziarie su territori gravati da problematiche analoghe, sovente anzi, nella maggior parte dei casi ha dato buoni frutti e determinò un comune patrimonio di conoscenze, utili ad intervenire su vaste aree interessate da problemi di carattere ambientale omogenei ed estesi. La trasformazione ordinamentale giudiziaria, seguita alla introduzione del nuovo codice di rito penale, ha cancellato le sedi di Pretura mandamentale di piccole dimensioni ed istituito le Procure con competenze territoriali corrispondenti ai circondari dei Tribunali preesistenti. Detto mutamento, nuovamente superato dalla istituzione del giudice unico (D.Lgs. 51/98), ha indubbiamente allontanato fisicamente il giudice dell’azione penale dal territorio e dalle correlative problematiche ambientali a scapito, soprattutto nei primi tempi di applicazione del nuovo codice di rito, di quella funzione di controllo che aveva in tanti casi.

Così come, a metà degli anni Ottanta, si era pervenuti a verificare che un considerevole quantitativo di sostanze inquinanti di vario genere tossiche (radioattive comprese) viaggiavano su carovane di automezzi pesanti provenienti da industrie del centro-nord, diretti ad approdi “garantiti” nei territori delle regioni meridionali, saldamente controllati dalla delinquenza locale collegata a gruppi malavitosi organizzati. Nel ricordare il lavoro giudiziario compiuto, ci spiace constatare che, nel coniare nell’anno 1994 il termine di ecomafia, i padri del neologismo non hanno saputo guardare retrospettivamente all’opera di chi, con scarsità indescrivibile di mezzi e dotazioni, ha dato in epoca di modesta sensibilizzazione al fenomeno ambientale apporti processuali e, fatto interventi giurisdizionali ancor oggi utilizzabili. Al termine ecomafia che, data l’enfasi che accompagnano la sua nascita, ben presto ha sedotto gli esperti della materia e trovato ampio spazio negli organi di informazione e di opinione, non può che assegnarsi un significato di sintesi del fenomeno ambientale o meglio dell’agressione e sfruttamento indiscriminato del bene-ambiente da parte del crimine organizzato secondo le modalità più disparate, ma tutte caratterizzate dalla consolidata dimestichezza della malavita con l’elemento territorio, il che rappresenta la peculiarità del problema ambientale in Italia, in cui appunto, diversamente dagli altri Paesi occidentali industrializzati, il livello di attenzione ai problemi inerenti l’ambiente non può trascurare l’attività devastatrice compiuta da chi detiene il predominio del territorio in forza del potere di intimidazione e infiltrazione. Occorrerebbe un intervento legislativo di rapida attuazione, che organizzi l’ormai ingombrante massa di disposizioni normative di vario grado, col ricorso allo strumento legislativo del testo unico. Ciò, ad avviso dei vari esperti in materia, sarebbe coerente ad un emergente “indirizzo legislativo” – in linea con la progettata riforma della tutela dei beni ambientali – pervenendosi così ad un assetto legislativo “unitario” per tutte le norme in tema di inquinamento.

di Marco Di Maggio
 


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