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I diritti delle future generazioni PDF 
Lunedì 08 Settembre 2008 00:00
Il problema della sostenibilità dello sviluppo, così come delineato nel corso della storia recente, si fonda sulla considerazione che le possibilità che l’attuale generazione di adulti e quelle immediatamente successive hanno di influire, nel bene e nel male e a livello globale, sulle generazioni future, anche su quelle che esisteranno in un futuro remoto, parrebbero essere enormemente maggiori di quelle che ogni altra generazione precedente abbia mai avute. Questo, comporta che il problema della nostra responsabilità nei confronti dei posteri assume un’importanza maggiore che non quella che, ragionevolmente, poteva avere per generazioni precedenti. Il problema fondamentale, intorno a cui l’etica si dibatte sul problema delle generazioni future è essenzialmente quello di stabilire se sia corretto ritenere che, dato per certo che queste abbiano dei diritti, quegli stessi diritti, pur essendo inerenti a persone o a gruppi che non esistono ancora, sono giustiziabili ora o se, al contrario, non si debba ritenere che questi avranno dei diritti solo sulle risorse che esisteranno allora. Una volta ammesso che abbiano dei diritti, il problema è ancora di stabilire se il loro diritto “condizionale” possa essere messo sullo stesso piano dei diritti effettivi degli individui attualmente esistenti. Le risposte a questi quesiti sono particolarmente problematiche ma la complessità del problema e la frequenza con cui, spesso a scopo esclusivamente pedagogico, si fa riferimento ai diritti delle future generazioni, necessita che il tema venga approfondito da una visuale che sia la più ampia possibile. Bisogna segnalare, preliminarmente, che ci sono vari fattori che, dato per scontato che una responsabilità ci sia, rendono difficile l’assunzione di una precisa responsabilità da parte delle generazioni presenti nei confronti di quelle future. Tra essi vanno specialmente messi in rilievo due.

Il primo è che individui futuri non sono in grado di far valere direttamente le loro esigenze nei processi decisionali concernenti scelte politiche, che incidano sui loro interessi, né tanto meno di attivare mezzi di tutela processuale nel caso in cui tali scelte possano rivelarsi nocive. La seconda questione è che molte situazioni in cui vengono fatte scelte che incidono su fondamentali interessi di generazioni future, coinvolgono anche interessi di quelle presenti e sono situazioni in cui, spesso, gli interessi in gioco rendono necessarie azioni collettive in cui ciascun soggetto coinvolto ci perde più di quanto ci guadagni (si pensi al coinvolgimento delle imprese nell’attivazione di meccanismi quali l’audit ecologico), diventa così possibile il fenomeno del cosiddetto free rider |/I|ossia di colui il quale, pur traendo vantaggi dal bene prodotto o dal male evitato grazie al comportamento della maggioranza, può sottrarsi a quei costi che il proprio contributo alla pratica collettiva degli altri comporta.

La solenne dichiarazione “Noi, i popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (…)”, proclamata nella Carta delle Nazioni Unite, approvata nel giugno del 1945, rappresenta una statuizione ove, nell’ambito del diritto internazionale, viene fatto esplicito riferimento alle generazioni future. La convinzione che ci siano altri flagelli, oltre alla guerra da cui si debbano salvare le generazioni future si fa strada rapidamente ma è solo con la Stockholm Declaration on the Human Environment, elaborata nell’ambito della Conferenza internazionale di Stoccolma del 1972, che si arriva ad affermare che “difendere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future è divenuto un fine imperativo per l’umanità”. Il primo principio di tale dichiarazione stabilisce che “l’uomo (…) soggiace ad una solenne responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente sia per le generazioni presenti sia per le generazioni future”, mentre il secondo principio prescrive che “le risorse naturali della terra, inclusa l’aria, l’acqua, il suolo, la flora, e la fauna (…) debbono essere salvaguardate per il beneficio delle generazioni presenti e future attraverso una attenta pianificazione e amministrazione”.

La Dichiarazione di Stoccolma porta direttamente alla creazione, presso le Nazioni Unite, del Programma sull’ambiente (United Nation Environment Program) ed ha probabilmente una certa influenza nel processo che porta un crescente numero di Paesi ad iscrivere nelle loro rispettive Costituzioni espliciti diritti di generazioni future. I problemi etici sembrano essere stati dunque risolti non solo a livello di affermazioni più o meno “manifeste” in sede internazionale, ma addirittura da statuizioni inserite all’interno del diritto positivo di alcuni ordinamenti statali attraverso lo strumento giuridico più autorevole, la fonte normativa per eccellenza: la Carta Costituzionale. A questo proposito è interessante rilevare che sarebbe un errore ritenere che i Paesi nelle cui Costituzioni viene esplicitamente garantito tale diritto abbiano degli obblighi solo nei confronti delle future generazioni dei propri cittadini, in quanto il problema della responsabilità nei confronti delle generazioni future è un problema globale che non può essere affrontato se non in sede di diritto internazionale. E’ in questa sede, infatti, che può essere affrontato correttamente anche il problema del tenore e della qualità della vita delle popolazioni del Terzo Mondo, problema che potrebbe, se non responsabilmente affrontato, incidere pesantemente su masse di persone appartenenti a molte generazioni future. Fatta questa precisazione, si tratta ora di verificare se ed in quale modo tali diritti siano stati affermati in ambito internazionale e se siano mai stati riconosciuti degni di tutela processuale.

Il concetto di sviluppo sostenibile emerso dalla relazione Our common future, si fonda essenzialmente sul concetto che la crescita economica debba essere necessariamente commisurata ai diritti delle future generazioni e da ciò deriva che anche attraverso le Dichiarazioni di Rio ogni qual volta venga fatto riferimento alla sostenibilità dello sviluppo, vi sia un implicito richiamo ai diritti delle future generazioni. A questo punto gli atti normativi, che garantirebbero questi diritti, diventano innumerevoli, sia a livello nazionale che a livello comunitario, ma anche rimanendo alla citazione esplicita del diritto delle generazioni future, non mancano esempi di entrambi gli ambiti. In ambito comunitario, pur mancando nel Trattato – anche versione Amsterdam – un preciso riferimento ai diritti in parola, lo sviluppo sostenibile è inserito tra gli obiettivi dell’Unione e della Carta europea dei Diritti Fondamentali, ed in molti atti comunitari legislativi e non, il termine “generazioni future” compare in modo esplicito.

di Vincenzo Pepe
 
Un nuovo comandamento: Ama la natura come te stesso PDF 
Lunedì 25 Agosto 2008 00:00
Viviamo in un mondo di profonde e rapide trasformazioni che propone continuamente, ad ogni livello, il confronto tra uomini, culture ed ambiente. Un confronto che spesso ci induce a disperare e ad intravedere per le future generazioni la minaccia di un’eredità negata, di una terra invivibile, degradata, trascurata, più un castigo che lascito. E tuttavia non è nemmeno necessario evocare questi scenari futuri per essere preoccupati: già nel nostro presente, la qualità della vita appare profondamente degradata; già ora, ogni giorno, sperimentiamo nuovi disagi e, mentre qualcosa si aggiunge a peggiorare la qualità della nostra esistenza, ogni giorno qualche altra (foreste, specie viventi, aspetti paesistici) ci lascia per sempre. Le ragioni di un’etica ecologica nascono in America negli anni ’70 e si fondano sulla coscienza che ci troviamo di fronte ad una situazione senza precedenti come la possibilità dell’auto-estinzione della specie in una catastrofe graduale o improvvisa. La natura non è una cartolina illustrata ma uno sviluppo, un’evoluzione che va rispettata senza trasferire sulla natura stessa i valori e giudizi costruiti per la società umana.
Engels scrive: “Tutta la teoria darwiniana della lotta per l’esistenza è semplicemente il trasferimento della teoria di Hobbes del bellum omnium contra omnes e della teoria economica borghese, insieme con quella malthusiana della popolazione, della società alla natura vivente. Dopo che è stata realizzata questa bravura, si trasferiscono di nuovo quelle stesse teorie della natura organica alla storia e si afferma che si è dimostrata la loro validità come leggi eterne della società umana”.

Il mondo sociale si è sviluppato a partire dal mondo naturale; la capacità della riflessione e la soggettività hanno una loro storia naturale e nella natura si trovano le forme rudimentali della coscienza, della soggettività e della libertà umana. “L’ecologia sociale indica questo momento d’interazione fra il mondo sociale e il mondo naturale. Soltanto un’etica che si fonda sull’ampiezza dell’essere e non soltanto sulla unicità dell’uomo può assumere significato nell’universo delle cose”. Un’etica che si fonda non più sull’autorità divina, (deve) essere fondata su un principio riconoscibile nella natura delle cose, se non vuole essere vittima del soggettivismo o di altre forme di relativismo. L’etica ecologica si fonda sullo sviluppo della vita, sulla diversità biologica come base della libertà umana, sulla solidarietà e partecipazione, sulla crescente soggettività dalla quale nasce la ragione. Più di quarant’anni fa l’ecologista americano Aldo Leopold scrisse che non era necessaria una nuova etica, capace di trattare il rapporto dell’uomo con la terra, gli animali e le piante che crescono intorno a lui. L’etica della terra da lui proposta voleva estendere i confini della comunità fino ad includere terreni, acque, piante, animali e, complessivamente, la terra. Il filosofo norvegese Arne Naess ha scritto un famoso saggio ove distingue tra un pensiero etico ecologico “superficiale” e un pensiero etico ecologico “profondo”.

Il primo è definito con una struttura morale tradizionale: ci si preoccupa di evitare l’inquinamento dell’acqua perché si possa avere acqua in abbondanza e fresca da bere o si cerca di salvaguardare le zone selvagge per il piacere della gente che vi passeggia. Il pensiero etico profondo si basa sulla necessità di salvaguardare l’integrità della biosfera in sé, a prescindere dai benefici per l’uomo. L’etica superficiale tende a guardare agli organismi viventi nella loro individualità, mentre l’etica di ecologia profonda tende a considerare come oggetto di valore qualcosa di più ampio: le specie, i sistemi ecologici o la biosfera come un corpo intero. Leopold nel tratteggiare i caratteri della nuova era ecologica ha scritto: “(…) una cosa è giusta se tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica. È sbagliata se va in un’altra direzione” Dietro questa applicazione dell’etica, non solo agli individui, ma anche alle specie e agli ecosistemi, giace una qualche forma di oliamo, come la sensazione che le specie e gli ecosistemi non siano soltanto un’insieme di individui ma, realmente e a pieno titolo, entità a sé stanti.

E’ naturalmente un reale problema filosofico-giuridico considerare una specie o un ecosistema portatore di interessi alla stregua di un individuo, anche perché se dovessimo adottare un’etica che dia valore a esseri viventi non senzienti o ad ecosistemi come entità, non avremmo bisogno di un criterio di valorizzazione di un qualcosa rispetto a qualcos’altro, e si finirebbe per annullare ogni valore. Se il fondamento filosofico-giuridico per un’etica di ecologia profonda è difficile da sostenere, ciò non significa che le ragioni che muovono questa concezione non siano profonde e radicate nelle nuove esigenze di salvaguardare l’intera biosfera, per tutelare la vita di tutti gli esseri viventi presenti e futuri. L’etica ecologica è la nuova sensibilità verso esigenze che si rilevano inedite per la nostra cultura, è il punto di arrivo della modernità, il disincanto della ragione che scopre essere andata in frantumi la bacchetta magica con cui si era illusa di trasformare l’intera realtà. L’etica ecologica è l’inquietudine che l’umanità avverte al pensiero del proprio destino e che proietta su tutto ciò che la circonda, sentendolo accomunato nella sofferenza e nell’esigenza dall’avvento di nuovi modelli di vita, una nuova educazione ove la vita trovi tutela e rispetto in ogni sua forma.

di Vincenzo Pepe
 
Chiesa Cattolica e ambiente PDF 
Lunedì 04 Agosto 2008 00:00
Il dibattito tra le nazioni partecipanti al summit di Rio de Janeiro ha posto in evidenza i principali problemi che affliggono il nostro pianeta e la nostra società: la crescita della popolazione mondiale che con l’aumento di 100 milioni di unità all’anno aggrava la già precaria situazione delle risorse disponibili per gli attuali cinque miliardi e mezzo di uomini; il buco nell’ozono, con il pericolo di un aumento dei tumori per la mancanza di protezione dagli effetti negativi dei raggi del sole; l’effetto serra, che provoca l’aumento della temperatura terrestre e lo scioglimento dei ghiacciai ai poli; il progressivo inquinamento dell’acqua soprattutto dei Paesi del Sud con maggiori problemi idrici; il continuo depauperamento ambientale che determinerà nei prossimi trent’anni la scomparsa del 20% delle specie animali e vegetali. Ed è proprio sulla tutela della biodiversità che si sono avuti i maggiori contrasti: tutti i Paesi partecipanti, infatti, hanno firmato la convenzione sulla “biodiversità”, tranne gli Stati Uniti, con l’intento di proteggere, anche attraverso sovvenzioni finanziarie, le specie viventi in pericolo di estinzione.

A Rio de Janeiro fu presentato anche il documento “Un ambiente per le future generazioni”, del Rapporto Unp/Unicef, in cui si afferma che i bambini nel mondo rappresentano il 32% della popolazione mondiale e i ragazzi al di sotto dei quindici anni circa 1,7 miliardi, sono il futuro dell’umanità ed, in quanto generazioni future, hanno il diritto di sopravvivere al degrado ambientale che sta uccidendo, soprattutto, i più deboli e poveri che vivono in situazioni in cui il sistema agricolo è fragile, senza sufficienti risorse (acqua, aria, suolo coltivabile). Venticinque milioni di uomini muoiono a causa dell’inquinamento industriale, urbano e agricolo. Quasi l’11% della vegetazione mondiale è a rischio mentre, di riscontro, la desertificazione aumenta vertiginosamente. Rio de Janeiro ha rappresentato la prima grande occasione di riflessione e confronto sulla sopravvivenza dell’uomo, della natura e dell’ambiente, sul divario economico tra l’Occidente e i Paesi del Terzo Mondo reale pericolo per innescare una reazione con conseguenze molto più gravi di quella dello scoppio della bomba atomica. Ed un problema, quale l’uso del nucleare, non è stato ancora affrontato approfonditamente così come quello della desertificazione dei Paesi del Terzo Mondo, perché il commercio del legname è una delle principali fonti per la loro economia.

Al Summit di Rio de Janeiro partecipò, tra gli altri, la Chiesa cattolica che espressamente richiamò il dovere dell’etica contro l’egoismo e ribadì la necessità di una più equa distribuzione delle ricchezze disponibili sulla Terra. La Chiesa cattolica, dopo aver superato le differenze storiche sul rapporto tra l’uomo e la natura, oggi condanna palesemente l’uso distorto della natura. Il disegno divino illustrato nella Bibbia, assegna all’uomo una posizione privilegiata, perché |I|creato ad immagine e somiglianza di Dio e ha diritto di servirsi della realtà creata|/I|. Ma ciò, ammonisce la Chiesa, |I|non lo autorizza a padroneggiare sulla natura, tanto meno a devastarla|/I|. L’uomo è invece chiamato a farsi collaboratore di Dio nella promozione del creato Nell’Enciclica |I|Redemptor hominis|/I| di Giovanni Paolo II, per la prima volta la Chiesa cattolica affronta il problema del rapporto tra etica e ambiente; l’uomo d’oggi sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani e poi dal lavoro del suo intelletto, dalle tendenze della sua volontà.

I frutti di questa multiforme attività dell’uomo troppo presto e in modo spesso imprevedibile, sono non soltanto e non tanto oggetto di “alienazione”, nel senso che vengono semplicemente tolti a colui che li ha prodotti. Essi infatti possono essere diretti contro di lui. In questo sembra consista l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga ed universale dimensione. L’uomo pertanto vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire. Secondo il Pontefice si tratta di una minaccia che “ha varie direzioni e vari gradi di intensità, ma che ha come matrice comune il fatto che l’uomo oggi non sembra avere altro parametro valutativo che quello inerente all’immediato uso e consumo”. Invece, precisa il Papa, “era volontà del Creatore che l’uomo comunicasse con la natura come |I|padrone|/I| e come custode intelligente e nobile e, non come sfruttatore e distruttore senza alcun riguardo”.

Nell’Enciclica |I|Redemptor hominis|/I| si sottolinea che questa dimensione è realizzabile solo se si possiede “una visione etica della realtà e questa visione deve essere di guida, soprattutto, per chi dirige le sorti del genere umano. E per questo motivo che ”quel progresso, peraltro tanto meraviglioso, in cui è difficile non scorgere anche autentici segni della grandezza dell’uomo non può generare molteplici inquietudini“. E sorge costantemente la domanda: fino a che punto le conquiste della tecnica vanno d’accordo col progresso morale e etico dell’uomo? Nell’Enciclica |I|Centesimus annus|/I| il problema del rapporto tra ambiente ed etica viene inserito in un contesto più ampio che riguarda la qualità della vita dell’uomo. Conviene ora rivolgere l’attenzione agli specifici problemi ed alle minacce, che insorgono all’interno dell’economie più avanzate e sono connesse con le loro peculiari caratteristiche. Nelle precedenti fasi dello sviluppo, l’uomo ha sempre vissuto sotto il peso della necessità: i suoi bisogni erano pochi, fissati in qualche modo già nelle strutture oggettive della sua costituzione corporea e l’attività economica era orientata a soddisfarli.

’ chiaro che oggi il problema non è solo garantire una quantità ai beni sufficienti, ma quello di rispondere ad una domanda di qualità: qualità delle merci da produrre e da consumare; qualità dei servizi di cui usufruire; qualità dell’ambiente e della vita in generale. Il sistema economico non possiede al suo interno criteri per distinguere correttamente le forme nuove e più elevate di soddisfacimento dei bisogni umani, dai nuovi bisogni indotti, che ostacolano la formazione di una matura personalità. E’, perciò, necessaria ed urgente una grande opera educativa e culturale, la quale comprenda l’educazione dei consumatori ad un uso responsabile del loro potere di scelta, la formazione di un alto senso di responsabilità nei produttori e, soprattutto, nei professionisti delle comunicazioni di massa, inoltre il necessario intervento delle pubbliche autorità. L’etica nel rapporto con l’ambiente richiede che l’uomo, capace di trasformare e, in un certo senso, creare il mondo con il suo lavoro, non dimentichi l’originaria donazione delle cose da parte di Dio, credendo di poterne disporre a proprio piacimento in modo illimitato.

”Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell’uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell’atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l’essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create“. Il Concilio Vaticano II ha dedicato molte pagine alla vocazione di dominio dell’uomo sulla natura, rivendicando, comunque, la priorità dell’etica sulla tecnica, il primato della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia. ”L’uomo non può rinunciare a se stesso, né al posto che gli spetta nel mondo visibile, non può diventare schiavo delle cose, schiavo dei sistemi economici, schiavo della produzione, schiavo dei propri prodotti“. Per la Chiesa cattolica l’unica via percorribile nel rapporto tra etica e ambiente è quella che dà una visione globale, onnicomprensiva del problema e che mette in risalto la responsabilità morale dell’uomo di fronte alle sue scelte.

Nel nuovo Cattolicesimo della Chiesa, quando si commenta il settimo comandamento si afferma: ”Gli animali, come le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune dell’umanità passata, presente e futura. L’uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell’universo non può essere separato dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri esseri viventi accordata dal creatore non può essere assoluta esige religioso rispetto dell’integrità della creazione“.
Nell’|I|Angelus|/I| del 24 marzo 1996, Giovanni Paolo II ha lanciato un appello per l’ambiente: ”il processo di distruzione ambientale della Terra da parte dell’uomo sia bloccato almeno durante la Quaresima. Mentre la natura in questo scorcio di primavera si risveglia a vita nuova, mi piace sottolineare il valore che la pratica penitenziale riveste anche al fine di un’educazione profonda al rispetto dell’ambiente secondo il disegno di Dio“.

”Tale pratica, oltre ad essere un’altra forma di preghiera può essere usata anche per difendere la natura, dagli attacchi che ne deturpano il volto, ne pregiudicano gli equilibri e non si arrestano nemmeno di fronte alla minaccia del disastro ecologico“. Giovanni Paolo II nel discorso tenuto sulle Dolomiti, durante le vacanze dell’estate del 1993, ammonisce ”l’uomo sarà sottoposto a giudizio di Dio anche per le sue violenze“. Più tecnico e ugualmente drammatico, il richiamo all’ecologia contenuto nel messaggio scritto per la Giornata mondiale della pace del 1° gennaio 1990 dedicata all’ambiente: ”Il grande esaurimento dello strato di ozono e il conseguente |I|effetto serra|/I| hanno ormai raggiunto dimensioni critiche a causa della crescente diffusione delle industrie, delle grandi concentrazioni urbane e dei consumi energetici“. Anche per la Chiesa cattolica l’uomo deve riflettere sulla propria responsabilità dell’uso distorto della natura. E’ il dovere verso le generazioni future, ovvero, la necessità di una nuova etica nei confronti dell’ambiente da inserire nel contesto etico dei valori esistenziali più profondi.

di Vincenzo Pepe
 
Biocentrismo, anche la natura ha i suoi sacrosanti diritti PDF 
Lunedì 28 Luglio 2008 00:00
L’etica (dal greco ethiké, aggettivo derivante da éthos), indica lo spirito di un popolo, ovvero, il costume di vita. E’ con Aristotele che il termine si evolve e assume il significato di scienza dei doveri, ossia dei fini che razionalmente l’uomo si deve proporre nella sua azione libera, nelle sue scelte responsabili. Per il filosofo contemporaneo Hans George Gadamer l’etica è responsabilità, è la dimora interna ove l’uomo ritrova se stesso, ovvero, il senso dell’essere. L’etica non è solo la responsabilità che ognuno deve ritrovare in sé ma è, essenzialmente, la solidarietà che ognuno deve esprimere nei confronti dell’altro, dell’intera collettività, delle generazioni future. La solidarietà indica, altresì, l’atteggiamento morale dell’uomo che non disconosce le proprie responsabilità di fronte alla società umana e alla natura in cui vive. L’etica passa dalla constatazione dei fatti (fenomenologia) alla determinazione dei doveri o valori su cui fondare il vivere civile. Ed è proprio sull’etica che si deve fondare il discorso su come l’uomo deve mettersi in rapporto con la natura ossia con le cose destinate a nascere; natura, come evidenzia l’etimologia, indica “ciò che sta per nascere”, “ciò che nasce e che vive”, cioè la vita. Natura, infatti viene da naturus, participio futuro del verbo nascor, ed indica la vita nel momento in cui sta per manifestarsi e si manifesta.

L’etica nel considerare il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, in cui vive, o l’umanità nel suo insieme (il mondo o la natura in cui vive l’uomo in quanto tale, sia pure nella concretezza storica) richiede all’uomo stesso di essere responsabile dell’equilibrio biologico e della salvaguardia dei valori materiali (risorse quotidianamente compromesse dallo sviluppo sconsiderato della tecnica). La natura è un bene in sé che può essere concepito anche indipendentemente dalla presenza dell’uomo, mentre l’ambiente (da ambiente, anche intorno), implica necessariamente il rapporto uomo-natura. Ed è proprio sull’ambivalenza di questi due che si fondano le teorie del biocentrismo e dell’antropocentrismo. L’antropocentrismo si basa sul fatto che le regole del vivere umano sono scritte dall’uomo, si rivolgono all’uomo e servono all’uomo, pertanto, tutte le norme che disciplinano la tutela ambientale debbono tener presenti, essenzialmente, le esigenze. Il biocentrismo, invece, diversamente dall’antropocentrismo, afferma che il diritto serve all’uomo e alla natura, all’uomo e all’ambiente. Ciò significa che non c’è contrapposizione tra uomo e natura, e che l’uomo è parte della natura, per cui va tutelato e difeso, così come va rispettata e difesa la vita in tutte le sue manifestazioni, anche indipendentemente da lui. Con il biocentrismo è iniziata una nuova era dei valori.

L’uomo è da considerare come un elemento della vita del pianeta, e il diritto deve tutelare non solo il valore ambientale, ossia, il valore della natura in relazione all’uomo, ma anche il valore naturalistico, ovvero, la natura come valore in sé. Dalla teoria del biocentrismo emergono una serie di nuovi diritti (diritti degli animali, obiezione di coscienza alla vivisezione, diritti delle piante, tutela della biodiversità, il diritto delle generazioni future, ecc.). L’equiparare la natura e l’ambiente, sul piano dei valori, all’uomo, comporta il venir meno della distinzione tradizionale tra soggetto e oggetto e si evidenzia la interscambiabilità dei ruoli, ovvero la natura, l’ambiente e l’uomo possono di volta in volta essere considerati soggetto o oggetto dei rapporti giuridici. L’intima connessione tra l’uomo, la natura e l’ambiente genera, il diritto umano all’ambiente, ma anche riconosce un vero e proprio diritto della natura, considerata come la “vita in tutte le sue manifestazioni”.

di Vincenzo Pepe
 


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