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Calamità naturali, un lungo percorso tra storia e mito PDF 
Lunedì 02 Marzo 2009 00:00

Vincenzo Pepe

Le credenze relative a terremoti, eruzioni e catastrofi sono molteplici e risalgono alla notte dei tempi. L’individuazione delle cause di tali fenomeni è stata per lungo tempo collegata alle divinità e ai loro esecutori “terreni” (dal drago della cultura giapponese al dio greco Poseidone, fino alla potenza “apocalittica” del Dio del Vecchio e del Nuovo Testamento). Solo con la nascita del pensiero filosofico furono avanzate le prime spiegazioni naturalistiche delle calamità. Bisogna arrivare al Rinascimento per cogliere uno spirito nuovo, e al ’900 per le prime analisi propriamente scientifiche e per i primi interventi governativi. In Italia però fino al 1963 l’organizzazione legislativa di un moderno sistema di protezione civile è stato in pratica ignorato


Le credenze sulle varie cause delle calamità naturali sono molteplici e affondano le proprie radici nella notte dei tempi. Nell’antico Giappone si riteneva che i frequenti maremoti fossero causati da un mostro marino che batteva il mare con la coda, mentre i terremoti venivano imputati dapprima a un grosso ragno nel suo agitarsi sotto terra, poi a un pescegatto e infine a un drago. Gli antichi giapponesi sono stati i primi a proporre nel loro immaginario un modello unificato di dinamica terrestre, un modello che integrava i terremoti alle eruzioni vulcaniche. L’interno della terra sarebbe stato abitato da un drago che nei momenti di collera scuoteva la corazza provocando terribili terremoti o sputava fuoco dalle sue narici trasformando le montagne in vulcani. Nella cultura orientale il drago rappresenta l’esecutore della volontà degli dei. Anche nel mondo occidentale le calamità naturali venivano considerate come manifestazioni della collera di un dio. Questo dio in origine era il dio del suolo e delle caverne terrestri ed era lo sposo della terra. Nella cultura greca il dio Poseidone scuote la terra così come fa cadere la pioggia o la neve ed è anche il signore che dà stabilità al suolo e sicurezza agli uomini. Ad un terremoto sarebbe dovuto l’esito della guerra di Troia, così come la fine di Sodoma e Gomorra; così come la scomparsa della mitica Atlantide descritta da Platone nel Timoteo: “...esisteva un’isola immensa i cui re avevano formato un impero ricco e potente. Sopravvennero terremoti e cataclismi. Nello spazio di un giorno e di una notte, l’isola di Atlantide si inabbissò in mare e scomparve...”.

La stessa Bibbia è ricca di eventi e fenomeni causati da terremoti come l’apparizione di Dio sul monte Sinai ed il passaggio degli israeliti attraverso il mar Rosso. Nella cultura biblica il terremoto insieme ad altri fenomeni naturali, eruzioni vulcaniche, alluvioni, viene descritto come evento che richiama la potenza di Dio. In quest’ottica troviamo rappresentato il terremoto nell’Apocalisse, come illustrato nel VI sigillo: “...si udì un gran terremoto; il sole si offuscò, da apparire nero come un sacco di crine; la luna, tutta, prese il colore del sangue; le stelle dal cielo precipitarono sulla terra come i frutti acerbi di un fico che è scosso da un vento gagliardo; il cielo si accartocciò come un rotolo che si ravvolge; monti e isole, tutti scomparvero dai loro posti...”. L’uomo da sempre è stato un attento osservatore dei fatti della natura e, nella sua curiosità di sapere, ha cercato di indagarne le cause. “Felix qui potuit rerum cognoscere causas!” (“Felice colui che ha potuto penetrare nell’essenza delle cose - Virgilio, Georgiche, II, 489). Con la nascita del pensiero filosofico furono avanzate le prime spiegazioni naturalistiche delle calamità naturali. Lucio Annea Seneca nel suo ”Naturales Quaestiones“ nel libro VI tratta del terremoto; il trattato di Seneca costituisce la fonte più importante per la conoscenza non solo del pensiero filosofico stoico ma anche di gran parte delle dottrine dell’antichità sui disastri naturali. Seneca prende spunto dal terribile terremoto che devastò la Campania il 5 febbraio del 62 d.C., affermando che ”è necessario vincere la paura suscitata dalla spaventosità degli eventi sismici“ e che ”i disastri naturali non sono dovuti all’ira divina ma a cause naturali. La nostra paura dipende dall’ignoranza“. Secondo gli antichi filosofi greci erano quattro le radici di ogni cosa: terra, acqua, aria e fuoco. Alcuni (Anassagora) ritenevano che la causa del terremoto fosse nel fuoco; altri, (Anassimene) nella terra stessa; Talete insegnava che il corso dei fiumi Tigre e Nilo faceva pensare all’esistenza di acque sotterranee capaci di provocare scuotimenti.

La maggior parte dei filosofi riteneva il vento la causa dei disastri naturali (teoria di Archelao); anche Aristotele riteneva il vento causa del terremoto: ”Causa della intensità del terremoto è la quantità del soffio e la disposizione dei luoghi attraverso cui esso soffia, là dove, infatti esso trova un impatto e non può facilmente passare, provocherà le scosse alla stessa stregua di un uomo“. La terra è per Aristotele un essere vivente, da questa identità scaturisce l’analogia tra i movimenti sismici, le eruzioni vulcaniche e i movimenti dell’uomo che è in preda alla febbre. L’interpretazione religiosa e quella scientifica delle calamità naturali, sovente, coesistono nell’immaginario dei vari filosofi. Anche Cicerone (106-43 a.C.) identificava il terremoto con la ”deorum immortalium vox“. Nella terza Catilinaria, sfruttando antiche superstizioni egli attribuì ai disastri naturali il funesto presagio dell’ira degli dei.

Un’interessante analisi sulle cause dei terremoti fu fatta da Strabone che fu tra i primi ad intuire l’esistenza di un legame tra la conformazione della terra e la dislocazione delle zone vulcaniche e sismiche. Anche Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nel II libro della sua ”Naturalis Historia“ ritenne che la causa del terremoto fosse il vento che una volta rinchiuso nelle vene e nelle caverne della terra, si ribella e fa forza per uscire. Il rumore che accompagna il terremoto è la lotta che il vento deve affrontare per uscire dalla terra. Interessante in Plinio è la rilevazione dei segni premonitori che egli ravvisa nel comportamento degli animali. Prima di un sisma i pesci spaventati saltano oltre la superficie dell’acqua, i muli, i cani e i cavalli diventano irrequieti, le anatre non entrano nell’acqua, i polli starnazzano, i ratti e i serpenti escono dalla terra; si alterano le acque, piccoli tremori percuotono gli edifici e si forma una caligine nell’aria.

Sono gli stessi segni che alcuni scienziati come Humboldt, Mallet, Mercalli e Montessus De Ballore hanno evidenziato nei loro trattati scientifici. Plinio, nella sua opera, suggerisce i primi accorgimenti per fronteggiare le calamità naturali: gli edifici debbono essere costruiti su terreni omogenei ed al centro dell’edificio vi deve essere un pozzo, necessario per dar sfogo ai venti sotterranei e arrestare le onde sismiche. In caso di sisma, Plinio suggerisce come riparo le volte dei palazzi, gli angoli formati dai muri e le porte. Abbiamo visto come nella cultura greca e in quella romana all’interpretazione religiosa dei disastri naturali se ne affiancasse una naturalistica e come le due interpretazioni coesistessero. Con l’avvento del Cristianesimo la calamità naturale rappresenta lo strumento per comunicare riprovazione su trasgressioni morali e religiose sino a ritenere ”...eresia il sostenere che il terremoto sia fatto non dalla volontà e dall’indignazione di Dio, ma dalla natura stessa degli elementi, ignorando ciò che dicono le Scritture...Perché anche in questo modo l’indignazione e la potenza di Dio opera nelle cose e colpisce la sua creatura per la sua conversione e il beneficio dei molti peccatori“. Non tutti i Padri della chiesa si schierarono su queste posizioni, San Tommaso d’Aquino (1225-1274) non esitò a sostenere la causa naturale del fenomeno, parafrasando Aristotele. E alla fine sembra prevalere un compromesso con cui si ritiene che Dio è la causa prima di ogni fenomeno naturale mentre la materia è causa seconda. Nei libri sacri i terremoti fanno parte di quell’apparato terrificante che accompagna non solo la morte ma le stesse apparizioni del Cristo. Nel momento in cui Cristo muore, la terra si scuote, le rocce si spezzano, i sepolcri si aprono (Mat. 27, 51-54). Nella cultura classica la calamità naturale è anche considerata presagio, ammonimento e castigo. Nella religione cristiana il terremoto è presagio del giudizio universale.

Secondo l’Apocalisse di san Giovanni la fine del mondo verrà preannunciata da un terremoto e consisterà essa stessa in un terribile terremoto. Più comunemente, il disastro naturale viene interpretato come castigo divino, ovvero, il segno della volontà divina di reagire alla disubbidienza umana e al disordine sociale. Per prevenire il disastro occorre non peccare e qualora questo non sia proprio possibile, si può ricorrere ai riti propiziatori; si implorano Dio e la litania dei santi ”contro i fulmini, le tempeste, i terremoti, maremoti, alluvioni, epidemie, carestie, guerra“. Il messaggio cristiano va anche inteso nel senso che la pietà di Dio risparmia i meritevoli e che occorre una maggiore spiritualizzazione della vita rispetto alla precarietà della condizione umana. La stessa credenza che i disastri naturali trovino origine nell’ira divina si traduceva spesso in norme. Dopo il terremoto di Ancona sul finire del 1600 furono emanate le leggi ”suntorie“ che si basavano sul presupposto che la causa dell’ira divina fosse nell’uso locale di vestire sontuosamente, pertanto si vietò il vestire pomposo, così ritenendo di placare l’ira divina e prevenire futuri disastri naturali. Per molti secoli l’interpretazione delle calamità naturali è stata legata alla filosofia aristotelica e al pensiero cristiano. Bisogna giungere nel Rinascimento per cogliere uno spirito nuovo rispetto al periodo precedente. Se si legge il codice di Giannozzo Manetti ”De terraemotu“, scritto dopo il grande sisma napoletano del 1456, vi si coglie un nuovo atteggiamento culturale. Nel primo libro sono contenute le opinioni sui disastri naturali di filosofi, poeti, storici, astrologi e teologi, sia greci che latini.

Il secondo è un catalogo di eventi sismici della zona europea-mediterranea tratti dalla letteratura antica e medievale e rappresenta il più antico catalogo sismico per il mondo occidentale. Nel terzo libro vengono narrati i danni del terremoto del 1456 in oltre duecento paesi ed appare evidente il tentativo di definire ciò che era accaduto come un fenomeno che andava capito all’interno di una teoria generale della natura. In questo periodo iniziano le denunce del pericolo per la degradazione del paesaggio collinare e montano, Leonardo Da Vinci scrive che ”Li monti sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi“ e consiglia il fosso di scolo in collina e la lavorazione di traverso dei terreni collinari e altre misure in difesa del suolo. Nel 1751 il benedettino Andrea Bina scrive il ”Ragionamento sopra la cagione dei terremoti“ dove descrive il pendolo come strumento per la registrazione dei sismi. Il primo novembre del 1755 un terribile terremoto, avvertito in tutta Europa, distrusse Lisbona e provocò un terribile maremoto. Tale evento suscitò una grande eco in tutta Europa. Si riaccesero gli interessi per la sismologia e fu stampato un gran numero di studi e nel 1760 Micheli formulò l’ipotesi che i terremoti sono causati dallo sprigionarsi di energia. Rimane, però, il condizionamento di visioni pseudo-religiose e fatalistiche nello sviluppo scientifico e culturale delle problematiche inerenti le calamità naturali. La Compagnia di Gesù nel 1756 pubblica le ”Reflexions sur le Désastre de Lisbonne et sur les autres phénomènes qui ont accompagné ou suivi ce Désastre“; in questo pamphlet, diffuso tra la popolazione, si afferma che è Dio che fa tremare la terra e che il popolo deve rinnovare la propria fede, contribuendo a fondare nuovi collegi gestiti da gesuiti e si annuncia un nuovo castigo di Dio se Lisbona fosse stata ricostruita.

Ma i tempi incominciarono a cambiare: il re del Portogallo firmò un editto con cui si accusavano i gesuiti di aver fatto uso del terremoto per terrorizzare la gente debole di mente e per accumulare fondi per il proprio ordine e si ordinò perciò che tutte le copie del pamphlet venissero distrutte. Sul finire del 1700 con gli studi sull’elettricità nascono le teorie elettrosismiche e come Franklin aveva pensato al parafulmine, Bertholon pensa al ”paraterremoto“, da lui descritto nel ”Journal de physique“ (agosto 1779). E Giovanni Vivenzio nella sua opera ”Historia e Teoria de tremuoti in generale ed in particolare di quelli della Calabria e di Messina del 1783“ afferma che: ”...i tremuoti non sono altro che tuoni sotterranei siccome Plinio l’ha conosciuto anticamente; e poiché è dimostrato che il tuono è effetto di elettricità, non si può far di meno di riconoscere la materia elettrica per cagione dei tremuoti“. Il 5 febbraio del 1783 gran parte della Calabria e una parte della Sicilia furono devastate da un terremoto cui fece seguito un terribile maremoto. Molti centri abitati furono distrutti e moltissime furono le vittime. L’illuminista napoletano Francesco Mario Pagano (1748-1799) nella sua opera ”Saggi politici de’ principi, progressi e decadenza della società“ parlando ”delle morali cagioni attribuite dagli uomini ignoranti a fisici fenomeni“, si schiera dalla parte di quanti ritengono i disastri naturali dei fenomeni naturali ed è interessante l’osservazione sociologica che ”i villani e i poveri tosto che il timore e lo spavento dè luogo alla riflessione, proruppero in un sentimento di gioia, cominciarono a gridare: Ed eccoci tutti uguali e pari, nobili e plebei, ricchi e poveri!...Distrutte le società, annullati i civili rapporti, venne ben anche meno l’ineguaglianza politica e l’uomo si paragonò all’uomo per le sole qualità di uomo e non di cittadino“. Anche il terremoto del 1783 costituì l’occasione per un nuovo fiorire di studi sulle calamità naturali: il Sella attribuiva il terremoto e le eruzioni vulcaniche al fuoco e a reazioni chimiche che si verificano nel sottosuolo, altri come il De Filippis a potenti scariche elettriche sotterranee o di provenienza atmosferica.

E si incomincia ad ironizzare sulle antiche credenze tanto che il Roscitano afferma che ”...le congiunzioni dè Pianeti, l’influsso degli astri, ecc. influiscono nella causa dei terremoti meno di quello che influiva il nitrire dei cavalli di Babilonia nell’ingravidamento delle cavalle d’Egitto“. In questo periodo con Pagano, Boulanger e Solfi inizia lo studio delle società ed i comportamenti collettivi nei casi di disastri naturali. Al terrore e allo sbalordimento iniziale farebbe seguito uno stato di sbigottimento, mutismo, accompagnato da una rilevante socializzazione, affratellamento religioso. Dopo poco la passione religiosa si trasforma in ricerca del piacere e desiderio di vivere. Aumentano i consumi e interi patrimoni si dissolvono nei vari piaceri della vita. Dopo una calamità che ha devastato territori e mietuto vittime, i superstiti, riflettendo sulla precarietà della condizione umana, hanno svariate reazioni ma tutte accompagnate dall’esigenza irrazionale di credere che accanto alle spiegazioni scientifiche esiste (ed esisterà sempre) magari strumentalmente la concezione religiosa dell’accaduto. Nella relazione ”Sui tremuoti di Basilicata del dicembre 1857“ si legge: ”Dipodiché è piaciuto al Signore nei suoi imperscrutabili disegni percuotere le popolazioni del distretto di Melfi in Basilicata col tremendo flagello del terremoto“, e nel terremoto del 1873 che colpì il Bellunese, il Vescovo di Udine in una lettera al popolo affermava: ”Si! Iddio vuole anche queste vittime espiatrici del peccato“. Verso la metà del 1800 iniziano a spuntare gli osservatori meteorologici che si occupano anche di geologia e geodinamica. Michele Stefano De Rossi nella sua opera ”La meteorologia endogena“ (1879-1882) inizia a tracciare le prime analisi di alcune calamità naturali, mentre per una vera e propria analisi scientifica di cause ed effetti del terremoto occorre arrivare al 1910 con gli studi di Giuseppe Mercalli e Mario Baratta.

Nel 1912 Alfred Wegener (1880-1930) nell’opera ”Die Entstehung der Kontinente und Ozeane“ espone la teoria della deriva dei continenti, quella che insieme alle teorie della tettonica a placche costituisce la base delle attuali conoscenze sulla causa dei terremoti. In questo periodo fioriscono studi sullo sviluppo di strumenti di rilevamento e la registrazione delle onde sismiche con una maggiore conoscenza della struttura dell’ambiente che ci circonda. La prima grande calamità del XX secolo, che ha colpito il nostro territorio è senza dubbio il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Il terremoto ebbe per epicentro lo stretto di Messina e colpì oltre trecento comuni compreso Reggio dall’altra parte dello Stretto. Il maremoto che ad esso fece seguito sollevò il livello del mare di quasi tre metri. A Messina morirono oltre 60.000 persone. Il maggior numero di morti si ebbero nelle strade, tra quanti cercarono di fuggire. Crollò oltre il 90% degli edifici. Dopo il sisma il Governo istituì due commissioni che ebbero l’incarico di studiare gli accorgimenti antisismici da inserire in una legge sulla ricostruzione e gli incentivi da adottare. Furono assegnati prima trenta milioni per provvedere ai bisogni ed alle opere urgenti e per riparare o ricostruire gli edifici pubblici danneggiati dal terremoto, poi fu stabilita a favore dei Comuni funestati dal terremoto, per cinque anni a partire dal 1909, una addizionale alle imposte dirette sui beni rustici, sui fabbricati e sui redditi di ricchezza mobile nonché alle tasse di successione.

Le leggi del 12 gennaio 1909 e del 18 aprile 1909 costituiscono la prima normativa antisismica dell’Italia unitaria, con espliciti riferimenti alla normativa borbonica del 1785 ed a quella del Regolamento pontificio del 1860. A seguito del terribile terremoto che aveva colpito Messina e la Calabria, il più catastrofico tra tutti quelli che si ricordano in Italia, il quinto tra quelli accaduti nel mondo per il numero delle vittime a partire dal nono secolo, il 16 gennaio e fino al 13 febbraio del 1909 fu dichiarato lo stato di assedio. Con lo stato di assedio furono conferiti pieni poteri alle autorità militari per ristabilire l’ordine e reprimere gli innumerevoli atti di sciacallaggio. Con un Regio Decreto del 14 gennaio 1909 fu costituita l’opera Nazionale di patronato Regina Elena per gli orfani del terremoto e furono prorogate le scadenze di cambiali, contratti commerciali, e disciplinati tutti gli altri rapporti che a causa del terremoto avevano subito intralci nel normale svolgimento. Infine, fu stabilito che i Comuni danneggiati avevano facoltà di redigere un Piano regolatore delle costruzioni. Nel 1913 terminarono le iniziative stimolate dal terremoto del 1908 e fino al 1963 il problema della programmazione, prevenzione, organizzazione legislativa di un moderno sistema di protezione civile è stato in pratica ignorato. Il quadro legislativo post-unitario è stato caratterizzato da una serie di provvedimenti emanati in occasione di particolare calamità. Le disposizioni urgenti adottate per fronteggiare le calamità naturali trovavano il loro fondamento normativo nel generale potere di ordinanza dell’autorità amministrativa (prefetto-sindaco) che, ai sensi della legge 25 giugno 1865, n. 2359, aveva il potere di disporre provvedimenti idonei a ristabilire l’ordine pubblico, l’igiene e pubblica sanità e limitare ove necessario la proprietà privata nei casi di necessità ed urgenza. Nel 1906 furono emanate varie norme particolari per la difesa delle popolazioni e delle strade per i dissesti idrogeologici, uragani, eruzioni vulcaniche e mareggiate. La prima normativa organica fu la legge 17 aprile 1925, n. 473 che individuò nel Ministero dei Lavori pubblici e nel Genio civile, con il concorso degli uffici sanitari, gli organi della protezione civile. Il R.D.L. 9 dicembre 1926, n. 2389 conferì al Ministero dei Lavori pubblici il potere di intervento e di coordinamento per tutti i casi di calamità naturale.



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