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Verso una strategia razionale di sviluppo sostenibile. Quanto è male che cambi il clima in montagna? PDF 
Venerdì 23 Maggio 2008 00:00
di Luca Cetara*

Il concetto di sviluppo sostenibile talvolta passa per sinonimo perfetto di sviluppo “tout court”. Eppure il significato di un’espressione che nel tempo rischia di perdere l’originario mordente e almeno in parte il senso forte della sostenibilità, rimane essenziale in alcune particolari aree, le cui caratteristiche uniche giustificano l’accento posto su quest’ultimo concetto.
Le montagne (e con esse, le aree protette, le coste, le isole, tanto per essere onesti e citare alcuni casi particolarmente rilevanti) rientrano invariabilmente nel novero dei territori che associano a un elevato valore naturalistico un significativo potenziale economico. E, ancora sul piano economico, è anche vero che benché alcune catene montuose (come le Alpi) si inseriscano in una delle regioni più ricche del mondo, molte altre (l’elenco sarebbe lungo, per cui ricordiamo, in ordine di prossimità: i Balcani, i Carpazi, il Caucaso, l’Himalaya e le Ande) si trovano in aree svantaggiate, a basso reddito, ma spesso con ampie prospettive di crescita – economica e non solo.
E vi sono alcune ragioni che confermano l’ipotesi di una via montana allo sviluppo sostenibile, che si delinea in modo sempre più chiaro man mano che emergono problemi come il riscaldamento globale. Prima - la cura, la conservazione e la promozione delle aree di montagna ha effetti positivi su aree geografiche molto più vaste, che dipendono in larga misura dai servizi eco-sistemici e naturali spesso di rilevante valore economico (risorse idriche, energetiche, materie prime, servizi di protezione da pericoli naturali, etc.) offerti dalle aree montane a loro vantaggio. Seconda - da più di un secolo, le aree di montagna – specialmente in alcune zone – sono anche destinazioni turistiche in grado di offrire servizi competitivi e di forte attrazione per il tempo libero, con un innegabile ritorno di sviluppo economico per queste zone. In tale contesto, tuttavia, a seguito degli effetti del cambiamento climatico, sono già avvenuti profondi variazioni e altre sono attese. Queste ultime sono per lo più collegate alla possibile diminuzione della durata dell’innevamento e quindi della stagione sciistica, come evidenziato da recenti studi, sia dell’OCSE e sia del progetto di cooperazione internazionale ClimChAlp, cui EURAC ha partecipato come consulente del Ministero dell’Ambiente.
Terza. In parziale controtendenza rispetto al trend storico delle aree montane, le prime alture stanno diventando sempre più ambite come aree insediative alternative alle città e alle tradizionali periferie, principalmente a causa dell’aumento delle temperature medie estive in pianura, della crescita spesso vertiginosa dei prezzi del mercato immobiliare metropolitano e naturalmente della prossimità territoriale rispetto ai grandi centri urbani.
Sono numerose le indicazioni scientifiche che supportano l’esigenza di ripensare il modello di sviluppo delle zone di montagna, specialmente in seguito ai primi ma decisivi studi dedicati a valutare la sensibilità delle montagne di tutto il mondo agli effetti dei cambiamenti climatici.
Dagli studi citati la regione alpina in tempi recenti ha visto un aumento delle temperature medie stagionali di circa tre volte superiore rispetto alle medie globali, ed in particolare gli anni 1994, 2000, 2002 e soprattutto 2003 sono stati i più caldi nella regione da quando esistono le rilevazioni. Per il futuro i modelli climatici prevedono un’intensificazione di questa tendenza e il turismo invernale nelle aree sciistiche con quota inferiore ai 1500 metri è considerata un’attività a rischio economico da organismi autorevoli (per citarne alcuni: Agenzia Europea per l’Ambiente, OCSE, UNEP).
L’ipotesi dei cambiamenti climatici – si sia o meno inclini al catastrofismo: la regola del fenomeno è se mai la preoccupante gradualità – comporta il ripensamento del paradigma dello sviluppo sostenibile per le aree di montagna, soprattutto nella sua (nota) dimensione economica. Se esistono infatti mutamenti ambientali in grado di produrre conseguenze economicamente rilevanti sui sistemi montani, come sostiene larga parte della comunità scientifica, occorre prevedere opportune strategie di gestione del cambiamento, specialmente laddove esista un sistema e un indotto economico locale sufficientemente affermato. Naturalmente il criterio della misura e, quando possibile, della valutazione dei costi e dei benefici derivanti dai cambiamenti climatici, dovrebbe guidare ogni scelta di politica climatica ed economico-ambientale.
Volendo portare un esempio significativo, si potrebbe scegliere quello del turismo. Le condizioni climatiche possono costituire un elemento determinante nella scelta di una destinazione turistica. In particolare, il turismo in montagna e soprattutto gli sport invernali dipendono in ampia misura dalle loro specifiche condizioni climatiche e meteorologiche e dalla possibilità di prevederle: in assenza di tali informazioni diventa complesso gestire in maniera efficace la stagione. A dire il vero, il settore turistico è generalmente considerato piuttosto flessibile e in grado di rispondere a sfide globali, anche attraverso l’induzione di mutamenti nei comportamenti delle persone nel tempo (UNWTO, 2007).
In tal senso determinate aree di montagna (esemplificative sono, in tal senso, le Alpi) sono tra le principali attrazioni turistiche per l’offerta di sport invernali, per cui la scelta di politiche appropriate può generare un’eco di lungo corso e condurre a iniziative replicabili con relativa semplicità in altre aree del mondo. Le numerose misure di adattamento tecnologiche e comportamentali esistenti e analizzate dalla ricerca sono state messe a disposizione della politica, dei portatori di interessi e degli operatori economici attivi nel settore.
Una stagione turistica più breve in inverno potrebbe produrre effetti negativi nelle sfere economica e sociale: dalla riduzione delle entrate per le imprese locali, alla stagnazione dello sviluppo regionale, alla riduzione dei flussi di turisti, alla rilocalizzazione di posti di lavoro, a vere e proprie migrazioni (che sembrerebbero in linea con la tendenza globale e classica delle aree di montagna allo spopolamento). Alcuni di questi possibili effetti sono considerati particolarmente nefasti sul piano sociale e rischiano di provocare ulteriori danni all’ambiente (come ad esempio l’aumento dei pericoli naturali connesso all’abbandono delle tradizionali pratiche di gestione forestale, etc.), per cui esistono aiuti economici (tendenzialmente distorsivi del mercato) e politiche teoricamente idonee a limitare i danni (Permanent Secretariat of the Alpine Convention, 2007).
Eppure, a ben vedere, il cambiamento climatico può essere considerato anche da un altro punto di vista. Ad esempio esso può indurre un rinnovamento nel modo di intendere sia la domanda espressa dai turisti che l’offerta resa disponibile nei luoghi di villeggiatura. Posto che la stagione invernale in diverse aree montane potrebbe soffrire a causa del cambiamento climatico, le estati potrebbero allungarsi e generare una maggiore domanda di servizi turistici in un periodo tradizionalmente meno felice, anche se naturalmente ciò potrebbe portare a ulteriori conseguenze negative sull’ambiente di montagna (benché queste ultime al momento non siano così chiare).
‎Naturalmente, anche nel campo dei cambiamenti climatici in montagna non esistono ricette universali: ogni situazione merita un’analisi di dettaglio, razionale e libera da opinioni precostituite. È naturale che un aumento delle temperature comporti dei mutamenti nelle condizioni ambientali, ma può avvenire che gli effetti siano sia negativi (meno neve, meno sci, meno entrate per i gestori di impianti e il sistema turistico locale), sia positivi, come ad esempio nel caso interessante in cui l’aumento della temperatura sulle colline alsaziane ha portato a un netto miglioramento della qualità del vino prodotto in quelle aree (Paper National Bureau for Economic Research). A ciò si può aggiungere l’esempio nazionale dei vitigni autoctoni della Regione Valle d’Aosta i quali normalmente risultavano produttivi solo sotto i mille metri e invece oggi lo sono fino oltre i 1100 metri. In conclusione, una strategia credibile di sviluppo sostenibile per la montagna dovrebbe considerare tutte le possibili alternative.

* Ricercatore in economia ambientale e sviluppo sostenibile dell’Accademia Europea di Bolzano, EURAC


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