FareAmbiente

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Vincenzo Pepe: bene la nuova posizione del PD sul nucleare
Primo Piano
Lunedì 06 Ottobre 2008 00:00
FareAmbiente, movimento ecologista europeo, è l'unica voce dell'ambientalismo italiano da sempre aperto alla ricerca sul nucleare.
Nel novembre 2007, alla presenza del Ministro Bondi, del Sottosegretario Urso e dell'On. Casini abbiamo avviato una raccolta di firme pro-nucleare e con i nostri gazebo presenti in tutta l'Italia ne abbiamo raccolte oltre 100.000, ma siamo ben felici che siano divenute inutili grazie alla autonoma iniziativa dell'attuale Governo ed in particolare del Ministro Scajola. Siamo ancora più lieti nel constatare la nuova posizione del Pd, in passato vittima piu' o meno consapevole dei Verdi e della Sinistra antagonista: da un lato il Ministro-ombra Colaninno ha promesso un approccio serio e non ideologico alla materia, dall'altro addirittura il Senatore Della Seta, gia' Presidente di Legambiente, che in campagna elettorale aveva definito il ritorno al nuclare un'idea "giurassica", ha ammesso le proprie colpe, aprendo alla ricerca sul nucleare, quella stessa che solo pochi mesi fa aveva fermamente rifiutato, bocciando, quando era ancora al Governo, l'Emendamento Castelli.
FareAmbiente riesce finalmente a vedere riconosciute le proprie proposte da ambo le parti, a dimostrazione che l'ambiente non può essere né di destra né di sinistra.
 
Fare Ambiente: teorie e modelli di sviluppo sostenibile
Primo Piano
Sabato 27 Settembre 2008 00:00
E' il 1992: a Rio de Janeiro si apre l'Earth Summit, la seconda Conferenza sullíambiente organizzata dall'ONU, e nel vocabolario mondiale entra in scena un concetto chiave, sviluppo sostenibile,
con il quale si intendono essenzialmente due cose: una crescita demografica sopportabile in termini economici e una crescita economica sopportabile in termini ambientali.
Lo sviluppo sostenibile deve essere considerato come un modello di sviluppo economico e sociale ed indica non solo la necessità di una produzione sostenibile rispetto alle risorse naturali disponibili ma la sostenibilità nel tempo del benessere individuale e sociale. La sostenibilità deve diventare cultura diffusa e stile di vita dei popoli, al pari di altri principi come la democrazia e la libertà. In tal senso, la pace, lo sviluppo e la protezione dellíambiente sono interdipendenti e indivisibili. Nonostante i numerosi tentativi volti a richiamare la portata del concetto di sviluppo sostenibile si deve ritenere che ancora non esiste una esaustiva definizione giuridica di sviluppo sostenibile, come del resto Ë complicato e difficile definire la democrazia e la libertà.

Vincenzo Pepe, insegna Diritto Pubblico italiano e comparato presso la Facoltà di Studi Politici della Seconda Università degli Studi di Napoli.
Ha fondato il Movimento ecologista europeo FAREAMBIENTE ed è Presidente della Fondazione Giambattista Vico.
 
SOS: Politica ambientale cercasi
Primo Piano
Giovedì 25 Settembre 2008 00:00
Vincenzo Pepe, Presidente di Fareambiente chiede un impegno serio sulle rinnovabili.
Il ministro per le politiche europee Ronchi, per incarico di Gianni Letta chiede all'Europa una revisione del 20 20 20, in nome di un paventato pericolo di deindustrializzazione. Aiutato in questo da Emma Marcegagaglia, presidente di Confindustria e proprietaria di un industria energivora. Ancora una volta, in una visione veteropolitica la difesa dell'ambiente è vista come un limite e non come un'opportunità. L'Italia chiede di rivedere l'impegno ad aumentare dall'attuale 5,2% la quota di energia prodotta da rinnovabili al 17% nel 2020. Ancora una volta energia e ambiente diventano un binomio contrastante. L'energia rinnovabile ribadisce Pepe deve diventare il modo per una nuova visione del mondo. Rimanere ancorati a logiche, ormai superate non giova al Paese e al suo sviluppo. Un impegno serio sulle sostenibili diventa il modo per modernizzare davvero un Paese, che come più volte abbiamo detto si basa sull'arte e sul turismo. Lo sviluppo delle fonti rinnovabili è un modo moderno per il reale sviluppo sostenibile.
 
Il Patrimonio Unesco è di tutti
Fondo
Martedì 23 Settembre 2008 00:00
Il principio del patrimonio comune dell’umanità si sostanzia nella concretizzazione di una solidarietà sempre più frequente e necessaria tra tutti gli Stati del mondo; dal punto di vista giuridico tale principio indica l’affermazione della necessità di uno sviluppo sostenibile anche nei confronti della tutela dei beni culturali e ambientali, ovvero l’affermazione del diritto di tutti gli Stati di partecipare con equità allo sfruttamento o godimento delle risorse comuni, tutelando il diritto delle generazioni future.
Il principio del patrimonio comune dell’umanità, tra l’altro, mette in profonda discussione il diritto di proprietà inteso in senso romanistico. Una volta riconosciuto il principio di patrimonio comune dell’umanità, gli Stati avrebbero il diritto-dovere di agire per l’interesse comune e non per i loro diritti sovrani. Secondo il diritto internazionale una violazione degli obblighi erga onmnes anche in materia ambientale, determinerebbe un crimine internazionale anche nei confronti del diritto delle generazioni presenti e future.
Anche la Dichiarazione di Stoccolma del 1972 ha proclamato il dovere degli Stati e di tutti gli uomini di proteggere e migliorare l’ambiente per le generazioni future mediante misure idonee a impedire il degrado e l’inquinamento. La considerazione da fare è che le Convenzioni, contenenti il principio di interesse comune dell’umanità, spesso mancano di reciprocità e di sanzioni, pertanto, non sempre vengono rispettate dagli Stati che non vogliono assolutamente derogare ai propri poteri sovrani.

Alle sempre più forti rivendicazioni di sovranità degli Stati spesso non corrisponde un’adeguata tutela statale dei beni culturali e ambientali. Occorre rivisitare nel quadro di un nuovo ordine internazionale il concetto di sovranità territoriale, di proprietà e/o dominio privatistico anche alla luce dello sviluppo sostenibile. Lo sviluppo sostenibile, del resto, è una nuova categoria concettuale che sembra integrare e superare la stessa ristretta dimensione di patrimonio comune dell’umanità. In ogni caso non è possibile porre in essere un idoneo sviluppo sostenibile senza una diffusa e adeguata azione di educazione diretta a diffondere e far comprendere il concetto di solidarietà e di utilizzazione equa delle risorse in funzione del benessere delle popolazioni future in equilibrio con la dinamica della biosfera.Nonostante l’approvazione d’unificanti direttive internazionali da parte della comunità mondiale esistono ancora numerosi squilibri fra gli Stati sul piano delle tecniche e degli interventi per la salvaguardia dei beni culturali e ambientali, nonché per la tutela di centri storici. Inoltre, gli interventi a favore di questi ultimi differiscono tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo, non tanto sul piano culturale, quanto nelle scelte giuridico-amministrative che devono fare i conti con i mezzi patrimoniali a disposizione; a tutto questo spesso si accompagnano ritardi nell’attuazione a livello nazionale delle convenzioni o direttive, e mancanza di assetti normativi coordinati1.

Si rivela quindi indispensabile la presenza attiva delle organizzazioni culturali mondiali, decisiva per la salvaguardia dei centri storici e dei loro beni ambientali, soprattutto come garanti di direttive omogenee. In questo quadro assume rilievo il ruolo culturale dell’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, fondata a Londra nel 1945), che da decenni svolge un importante compito nel campo dell’internazionalizzazione dei temi e delle azioni riguardanti la tutela dei beni culturali e ambientali. Qualora una nazione non disponga di mezzi tecnologici e finanziari per salvaguardare il suo patrimonio, prende corpo l’idea della responsabilità comune della salvaguardia di un bene che abbia una forte rilevanza storica e culturale. Si afferma cosi il principio del patrimonio comune dell’umanità, e negli anni ’70 l’Unesco vara un testo giuridico in forma di convenzione, secondo il quale i vari Paesi aderenti si impegnano a proteggere sul proprio territorio monumenti e siti di un tale valore artistico, storico, scientifico o di una tale bellezza naturale che la loro salvaguardia interessa l’intera umanità. Gli stessi Paesi, inoltre, si impegnano a rispettare il patrimonio con valore universale localizzato sul territorio di altri Stati, e a finanziare gli interventi di tutela a quei Paesi che non dispongono di mezzi economici adeguati. Tale convenzione, denominata Convenzione del Patrimonio Mondiale, è approvata dalla Conferenza generale dell’Unesco nel 1972 ed entra in vigore nel 1975 con il proposito di stabilire un sistema attraverso il quale la comunità internazionale possa partecipare alla protezione dei beni culturali e naturali di eccezionale valore universale.

Ai fini della Convenzione sono considerati come “patrimonio culturale”: i monumenti (opere architettoniche, sculture o pitture monumentali, elementi o strutture di carattere archeologico, iscrizioni, caverne e insieme di elementi che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista storico-artistico e scientifico); gli insiemi (gruppi di costruzioni isolate o riunite, la cui architettura, unità e integrazione nel paesaggio, dia un valore eccezionale sotto il punto di vista storico, artistico o scientifico); i luoghi (opere dell’uomo o opere congiunte dell’uomo e della natura, inclusi i luoghi archeologici, che abbiano un valore universale eccezionale sotto il punto di vista storico, estetico, etnologico e antropologico) Sono invece considerati come patrimonio naturale: i monumenti naturali (consistenti in formazioni fisiche e biologiche o in gruppi di dette formazioni che abbiano un valore eccezionale sotto il punto di vista estetico o scientifico); le formazioni geologiche o fisiologiche e le zone strettamente delimitate che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista scientifico e della conservazione; i luoghi naturali o le zone naturali strettamente delimitate, che abbiano un valore universale eccezionale dal punto di vista della scienza, della conservazione o della bellezza naturale.

Ogni Stato, aderente alla Convenzione, deve assicurare l’identificazione, la protezione, la conservazione e la trasmissione alle generazioni future del patrimonio culturale e naturale il cui degrado o sparizione è destinato a colpire tutti i popoli del mondo; a tale scopo esso deve cercare di utilizzare al massimo le risorse disponibili, facendo ricorso, se necessario, a strumenti messi a disposizione dalla cooperazione internazionale. Quest’ultima ha il dovere di cooperare alla salvaguardia del patrimonio universale nel rispetto delle sovranità e legislazioni nazionali, assicurando assistenza e aiuto ad ogni Stato partecipante alla Convenzione.
Essa prevede l’istituzione di un Comitato intergovernativo denominato Comitato del patrimonio mondiale, composto di 101 Stati membri, eletti tra quelli partecipanti alla Convenzione, riuniti in assemblea generale nel corso della sessione straordinaria della Conferenza generale Unesco. I membri, che costituiscono il Comitato, sono eletti in modo da assicurare una rappresentanza equilibrata tra le diverse Regioni e culture del mondo, e i designati sono esperti con competenze specialistiche riguardanti la conservazione del patrimonio culturale e naturale. Il Comitato ha il compito di definire e aggiornare la Lista del Patrimonio Mondiale (Whl: World Heritage List), elenco di beni del patrimonio culturale e naturale considerati di valore eccezionale, compilato sulla base di proposte presentate dagli Stati aderenti alla Convenzione. Inoltre il Comitato ha il compito di provvedere alla redazione dell’Elenco dei beni del Patrimonio Mondiale in pericolo in cui sono inclusi beni per i quali è richiesto un intervento di grande entità.

Di notevole importanza è la creazione di un fondo, denominato Fondo del Patrimonio Mondiale, da utilizzare come ausilio ad uno Stato che intenda tutelare il proprio patrimonio culturale e naturale, e come assistenza dove si verifichi il pericolo d’imminente distruzione. Le risorse del fondo sono costituite da: contributi obbligatori o volontari degli Stati aderenti alla Convenzione; versamenti, donazioni o lasciti fatti da altri Stati, dal Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite e da altre organizzazioni intergovernative, da organismi pubblici e privati e da privati cittadini; collette e incassi di manifestazioni a favore del Fondo.
Nel 1975 il Comitato elaborò i criteri da seguire per includere un bene nella Lista del Patrimonio Mondiale.
Si tratta di una serie di requisiti, distinti per il patrimonio culturale e naturale, e di criteri d’autenticità, che devono essere soddisfatti tutti o in parte ai fini dell’attribuzione al bene del valore d’eccezionalità indispensabile per l’iscrizione nella Lista.
Entrano invece a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale in pericolo solo i beni minacciati da gravi pericoli e che siano inclusi nella Lista del Patrimonio Mondiale.

Secondo le procedure tracciate dall’ufficio del Patrimonio Mondiale nella XVIII sessione, tenutesi a Parigi nel luglio 1994, un bene, già iscritto, può essere escluso dalla Lista quando perde le caratteristiche che ne hanno determinato l’iscrizione nella stessa, quando le sue qualità intrinseche sono minacciate dalle azioni umane già al momento della proposta di inclusione nella Lista, e le misure correttive necessarie, indicate dallo Stato sul cui territorio insiste il bene, non sono state intraprese nel lasso di tempo proposto. Il Comitato non può decidere il ritiro di un bene dalla Lista senza aver consultato precedentemente lo Stato interessato e deve rendere immediatamente pubblica tale decisione, aggiornando la Lista del Patrimonio in tal senso.
Questa procedura ha lo scopo di assicurare che venga presa ogni misura che impedisca l’esclusione di un bene dalla Lista stessa.
Occorre ricordare, poi, che nel corso della XVII sessione del Comitato del Patrimonio Mondiale tenutasi a Parigi nel 1994, è stato espresso il nuovo concetto di paesaggi culturali: questa definizione può essere attribuita ad una varietà di beni, che siano frutto delle azioni interattive tra l’uomo e l’ambiente naturale e che rappresentano le evoluzioni della società e degli insediamenti umani.

Tali beni, che costituiscono una nuova tipologia da includere nella Lista del Patrimonio Mondiale, dovranno essere scelti sulla base del loro valore universale eccezionale e della loro rappresentatività in termini di ragioni geo-culturali chiaramente definite, e della loro capacità di illustrare gli elementi culturali essenziali e distintivi di tali Regioni, beni, quindi, il cui valore universale eccezionale deve essere giustificato nelle due categorie di criteri riferiti al patrimonio culturale e a quello naturale. La tutela dei paesaggi culturali assume un grande valore derivante dall’importanza fondamentale che oggi ha l’interazione tra l’uomo e l’ambiente, la cui protezione può contribuire alle moderne tecniche di sviluppo e miglioramento dei valori naturali del paesaggio, nonché alla conservazione della diversità biologica (biodiversità), fondamentale valore ecologico e ambientale oggi universalmente riconosciuto. I due concetti di paesaggio e di sviluppo non possono essere opposti ma devono insieme contribuire ad una migliore qualità della vita e della società, e ciò si inserisce nel principio di sostenibilità sancito dalla Conferenza di Rio del 1992.

L’affermazione della necessità di uno sviluppo sostenibile anche nei confronti della tutela dei beni culturali ed ambientali consiste nel diritto di tutti gli Stati di partecipare in maniera equa allo sfruttamento o godimento delle risorse comuni, tutelando il diritto delle generazioni future e agendo per l’interesse comune e non per i loro diritti sovrani. Nonostante l’Italia sia uno dei Paesi che detiene il maggior numero di beni culturali, ne conta solo pochi ufficialmente inseriti nella Lista del Patrimonio Mondiale. Questo dato evidenzia la scarsa considerazione che nel nostro Paese viene data alla risorsa beni culturali e ambientali in genere. Ricordando che solo alcuni di questi beni sono collocati in Italia meridionale (i sassi di Matera, il centro storico di Napoli, la costiera amalfitana e le aree archeologiche di Pompei ed Ercolano, i trulli di Alberobello, la Reggia di Caserta), si auspica che in futuro venga inserito nella Lista un maggior numero di beni che possano rappresentare adeguatamente la ricchezza del patrimonio italiano culturale e naturale.

di Vincenzo Pepe
 
Corso di formazione in “Diritto dell’Ambiente e dei Beni Culturali”
Iniziative
Venerdì 19 Settembre 2008 00:00
Salerno:
Corso di formazione in “Diritto dell’Ambiente e dei Beni Culturali ”, la Provincia di Salerno indice una selezione per 50 tra laureati e dipendenti della P.A. o imprese private, ma anche diplomati con attinenze alle tematiche ambientali.

I partecipanti seguiranno un percorso di formazione specialistica e di approfondimento delle tematiche relative alla materia ambientale e dei beni culturali, analizzando le problematiche emergenti alla luce dei principi comunitari.

L'ammissione al corso è subordinata ad una selezione che si articola in due fasi: valutazione del curriculum vitae e dei titoli; colloquio orale volto a verificare le motivazioni e gli interessi dei candidati allo studio delle materie oggetto del corso. Qualora il numero dei candidati sia inferiore rispetto ai posti messi a selezione, gli stessi saranno ammessi senza l'espletamento della selezione. Il 20% è riservato a diplomati.
La commissione esaminatrice sarà nominata dall'Assessore alle Politiche Ambientali della Provincia di Salerno e sarà composta da tre membri esperti in materia ambientale e dei beni culturali.
La frequenza al Corso è obbligatoria. Non sarà ammesso al colloquio finale chi non abbia effettivamente frequentato un numero di almeno 6 moduli.
La quota di partecipazione è di euro 500 da versare per il 50% entro 7 giorni dalla comunicazione dell'ammissione e per il restante 50% entro il 30 novembre 2008.
Le domande e gli allegati dovranno pervenire in busta sigillata, pena l’esclusione, recapitata a mezzo di servizio postale autorizzato, entro e non oltre le ore 14,00 del 20 ottobre 2008, al seguente indirizzo: Assessorato alle Politiche Ambientali della Provincia di Salerno - via Roma -Palazzo S. Agostino – 84100 Salerno.

Sul plico, contenente la domanda e la documentazione, dovranno essere indicate le generalità del candidato. Tali dati identificativi del concorrente dovranno essere apposte anche su ciascun lavoro presentato, o in caso di lavori con autori diversi, dovrà essere evidenziato il cognome di quest’ultimo.

Il direttore del corso è Vincenzo Pepe, docente della Seconda Università di Napoli. I responsabili organizzativi sono l’ing. Giuseppe D'Acunzi ed Eustachio Voza.

Il corso è organizzato dall’Assessorato provinciale alle Politiche ambientali e dalla Fondazione Giambattista Vico, con il patrocinio del Ministero dell'Ambiente e del territorio, Assessorato alle Politiche ambientali della Regione Campania, Osservatorio provinciale sulla Legalità ambientale, Legambiente, Fare Ambiente.

Scarica il Bando: http://www.fondazionegbvico.org/xxx/attivita_file/bandoambiente2008.pdf

Per informazioni : Fondazione Giambattista Vico, Palazzo de Vargas.
Tel/fax + 39 0974/845549
e-mail: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
www.fondazionegbvico.org

 
Premio Internazionale "Giambattista Vico"
Utime Notizie
Domenica 14 Settembre 2008 00:00
Vatolla (Sa):
Domenica 14 settembre, ore 17:30, nella splendida cornice del Castello de Vargas, verrà consegnato il Premio Internazionale "Giambattista Vico", assegnato quest'anno al Dott. GIANNI LETTA, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Presiede il Prof. Vincenzo Pepe, Presidente della Fondazione Giambattista Vico
Intervengono il Consigliere di Stato Paolo Cirillo su “Politica, Governo e Amministrazione nella formazione dello Stato moderno” ed il filosofo Aldo Masullo su “Il bene civile tra il conflitto e la mediazione”.
 
Premio Internazionale "Giambattista Vico"
Primo Piano
Martedì 09 Settembre 2008 00:00
Giunto alla quattordicesima edizione, quest’anno il Premio Internazionale Giambattista Vico è stato assegnato a Gianni Letta. Domenica prossima, in occasione della premiazione, il Sottosegretario sarà ospite della Fondazione Vico a Vatolla (Sa), nello stesso Castello de Vargas dove il filosofo napoletano soggiornò per anni quando era giovane precettore al servizio del Marchese Rocca. La cerimonia sarà aperta dalla prolusione del Prof. Vincenzo Pepe, Presidente dell’Istituzione vichiana, cui faranno seguito l’intervento del Consigliere di Stato Paolo Cirillo, “Politica, Governo e Amministrazione nella formazione dello Stato moderno”, e la lezione del filosofo Aldo Masullo su “Il bene civile tra il conflitto e la mediazione”.
 
I diritti delle future generazioni
Fondo
Lunedì 08 Settembre 2008 00:00
Il problema della sostenibilità dello sviluppo, così come delineato nel corso della storia recente, si fonda sulla considerazione che le possibilità che l’attuale generazione di adulti e quelle immediatamente successive hanno di influire, nel bene e nel male e a livello globale, sulle generazioni future, anche su quelle che esisteranno in un futuro remoto, parrebbero essere enormemente maggiori di quelle che ogni altra generazione precedente abbia mai avute. Questo, comporta che il problema della nostra responsabilità nei confronti dei posteri assume un’importanza maggiore che non quella che, ragionevolmente, poteva avere per generazioni precedenti. Il problema fondamentale, intorno a cui l’etica si dibatte sul problema delle generazioni future è essenzialmente quello di stabilire se sia corretto ritenere che, dato per certo che queste abbiano dei diritti, quegli stessi diritti, pur essendo inerenti a persone o a gruppi che non esistono ancora, sono giustiziabili ora o se, al contrario, non si debba ritenere che questi avranno dei diritti solo sulle risorse che esisteranno allora. Una volta ammesso che abbiano dei diritti, il problema è ancora di stabilire se il loro diritto “condizionale” possa essere messo sullo stesso piano dei diritti effettivi degli individui attualmente esistenti. Le risposte a questi quesiti sono particolarmente problematiche ma la complessità del problema e la frequenza con cui, spesso a scopo esclusivamente pedagogico, si fa riferimento ai diritti delle future generazioni, necessita che il tema venga approfondito da una visuale che sia la più ampia possibile. Bisogna segnalare, preliminarmente, che ci sono vari fattori che, dato per scontato che una responsabilità ci sia, rendono difficile l’assunzione di una precisa responsabilità da parte delle generazioni presenti nei confronti di quelle future. Tra essi vanno specialmente messi in rilievo due.

Il primo è che individui futuri non sono in grado di far valere direttamente le loro esigenze nei processi decisionali concernenti scelte politiche, che incidano sui loro interessi, né tanto meno di attivare mezzi di tutela processuale nel caso in cui tali scelte possano rivelarsi nocive. La seconda questione è che molte situazioni in cui vengono fatte scelte che incidono su fondamentali interessi di generazioni future, coinvolgono anche interessi di quelle presenti e sono situazioni in cui, spesso, gli interessi in gioco rendono necessarie azioni collettive in cui ciascun soggetto coinvolto ci perde più di quanto ci guadagni (si pensi al coinvolgimento delle imprese nell’attivazione di meccanismi quali l’audit ecologico), diventa così possibile il fenomeno del cosiddetto free rider |/I|ossia di colui il quale, pur traendo vantaggi dal bene prodotto o dal male evitato grazie al comportamento della maggioranza, può sottrarsi a quei costi che il proprio contributo alla pratica collettiva degli altri comporta.

La solenne dichiarazione “Noi, i popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra (…)”, proclamata nella Carta delle Nazioni Unite, approvata nel giugno del 1945, rappresenta una statuizione ove, nell’ambito del diritto internazionale, viene fatto esplicito riferimento alle generazioni future. La convinzione che ci siano altri flagelli, oltre alla guerra da cui si debbano salvare le generazioni future si fa strada rapidamente ma è solo con la Stockholm Declaration on the Human Environment, elaborata nell’ambito della Conferenza internazionale di Stoccolma del 1972, che si arriva ad affermare che “difendere e migliorare l’ambiente per le generazioni presenti e future è divenuto un fine imperativo per l’umanità”. Il primo principio di tale dichiarazione stabilisce che “l’uomo (…) soggiace ad una solenne responsabilità di proteggere e migliorare l’ambiente sia per le generazioni presenti sia per le generazioni future”, mentre il secondo principio prescrive che “le risorse naturali della terra, inclusa l’aria, l’acqua, il suolo, la flora, e la fauna (…) debbono essere salvaguardate per il beneficio delle generazioni presenti e future attraverso una attenta pianificazione e amministrazione”.

La Dichiarazione di Stoccolma porta direttamente alla creazione, presso le Nazioni Unite, del Programma sull’ambiente (United Nation Environment Program) ed ha probabilmente una certa influenza nel processo che porta un crescente numero di Paesi ad iscrivere nelle loro rispettive Costituzioni espliciti diritti di generazioni future. I problemi etici sembrano essere stati dunque risolti non solo a livello di affermazioni più o meno “manifeste” in sede internazionale, ma addirittura da statuizioni inserite all’interno del diritto positivo di alcuni ordinamenti statali attraverso lo strumento giuridico più autorevole, la fonte normativa per eccellenza: la Carta Costituzionale. A questo proposito è interessante rilevare che sarebbe un errore ritenere che i Paesi nelle cui Costituzioni viene esplicitamente garantito tale diritto abbiano degli obblighi solo nei confronti delle future generazioni dei propri cittadini, in quanto il problema della responsabilità nei confronti delle generazioni future è un problema globale che non può essere affrontato se non in sede di diritto internazionale. E’ in questa sede, infatti, che può essere affrontato correttamente anche il problema del tenore e della qualità della vita delle popolazioni del Terzo Mondo, problema che potrebbe, se non responsabilmente affrontato, incidere pesantemente su masse di persone appartenenti a molte generazioni future. Fatta questa precisazione, si tratta ora di verificare se ed in quale modo tali diritti siano stati affermati in ambito internazionale e se siano mai stati riconosciuti degni di tutela processuale.

Il concetto di sviluppo sostenibile emerso dalla relazione Our common future, si fonda essenzialmente sul concetto che la crescita economica debba essere necessariamente commisurata ai diritti delle future generazioni e da ciò deriva che anche attraverso le Dichiarazioni di Rio ogni qual volta venga fatto riferimento alla sostenibilità dello sviluppo, vi sia un implicito richiamo ai diritti delle future generazioni. A questo punto gli atti normativi, che garantirebbero questi diritti, diventano innumerevoli, sia a livello nazionale che a livello comunitario, ma anche rimanendo alla citazione esplicita del diritto delle generazioni future, non mancano esempi di entrambi gli ambiti. In ambito comunitario, pur mancando nel Trattato – anche versione Amsterdam – un preciso riferimento ai diritti in parola, lo sviluppo sostenibile è inserito tra gli obiettivi dell’Unione e della Carta europea dei Diritti Fondamentali, ed in molti atti comunitari legislativi e non, il termine “generazioni future” compare in modo esplicito.

di Vincenzo Pepe
 
Un nuovo comandamento: Ama la natura come te stesso
Fondo
Lunedì 25 Agosto 2008 00:00
Viviamo in un mondo di profonde e rapide trasformazioni che propone continuamente, ad ogni livello, il confronto tra uomini, culture ed ambiente. Un confronto che spesso ci induce a disperare e ad intravedere per le future generazioni la minaccia di un’eredità negata, di una terra invivibile, degradata, trascurata, più un castigo che lascito. E tuttavia non è nemmeno necessario evocare questi scenari futuri per essere preoccupati: già nel nostro presente, la qualità della vita appare profondamente degradata; già ora, ogni giorno, sperimentiamo nuovi disagi e, mentre qualcosa si aggiunge a peggiorare la qualità della nostra esistenza, ogni giorno qualche altra (foreste, specie viventi, aspetti paesistici) ci lascia per sempre. Le ragioni di un’etica ecologica nascono in America negli anni ’70 e si fondano sulla coscienza che ci troviamo di fronte ad una situazione senza precedenti come la possibilità dell’auto-estinzione della specie in una catastrofe graduale o improvvisa. La natura non è una cartolina illustrata ma uno sviluppo, un’evoluzione che va rispettata senza trasferire sulla natura stessa i valori e giudizi costruiti per la società umana.
Engels scrive: “Tutta la teoria darwiniana della lotta per l’esistenza è semplicemente il trasferimento della teoria di Hobbes del bellum omnium contra omnes e della teoria economica borghese, insieme con quella malthusiana della popolazione, della società alla natura vivente. Dopo che è stata realizzata questa bravura, si trasferiscono di nuovo quelle stesse teorie della natura organica alla storia e si afferma che si è dimostrata la loro validità come leggi eterne della società umana”.

Il mondo sociale si è sviluppato a partire dal mondo naturale; la capacità della riflessione e la soggettività hanno una loro storia naturale e nella natura si trovano le forme rudimentali della coscienza, della soggettività e della libertà umana. “L’ecologia sociale indica questo momento d’interazione fra il mondo sociale e il mondo naturale. Soltanto un’etica che si fonda sull’ampiezza dell’essere e non soltanto sulla unicità dell’uomo può assumere significato nell’universo delle cose”. Un’etica che si fonda non più sull’autorità divina, (deve) essere fondata su un principio riconoscibile nella natura delle cose, se non vuole essere vittima del soggettivismo o di altre forme di relativismo. L’etica ecologica si fonda sullo sviluppo della vita, sulla diversità biologica come base della libertà umana, sulla solidarietà e partecipazione, sulla crescente soggettività dalla quale nasce la ragione. Più di quarant’anni fa l’ecologista americano Aldo Leopold scrisse che non era necessaria una nuova etica, capace di trattare il rapporto dell’uomo con la terra, gli animali e le piante che crescono intorno a lui. L’etica della terra da lui proposta voleva estendere i confini della comunità fino ad includere terreni, acque, piante, animali e, complessivamente, la terra. Il filosofo norvegese Arne Naess ha scritto un famoso saggio ove distingue tra un pensiero etico ecologico “superficiale” e un pensiero etico ecologico “profondo”.

Il primo è definito con una struttura morale tradizionale: ci si preoccupa di evitare l’inquinamento dell’acqua perché si possa avere acqua in abbondanza e fresca da bere o si cerca di salvaguardare le zone selvagge per il piacere della gente che vi passeggia. Il pensiero etico profondo si basa sulla necessità di salvaguardare l’integrità della biosfera in sé, a prescindere dai benefici per l’uomo. L’etica superficiale tende a guardare agli organismi viventi nella loro individualità, mentre l’etica di ecologia profonda tende a considerare come oggetto di valore qualcosa di più ampio: le specie, i sistemi ecologici o la biosfera come un corpo intero. Leopold nel tratteggiare i caratteri della nuova era ecologica ha scritto: “(…) una cosa è giusta se tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica. È sbagliata se va in un’altra direzione” Dietro questa applicazione dell’etica, non solo agli individui, ma anche alle specie e agli ecosistemi, giace una qualche forma di oliamo, come la sensazione che le specie e gli ecosistemi non siano soltanto un’insieme di individui ma, realmente e a pieno titolo, entità a sé stanti.

E’ naturalmente un reale problema filosofico-giuridico considerare una specie o un ecosistema portatore di interessi alla stregua di un individuo, anche perché se dovessimo adottare un’etica che dia valore a esseri viventi non senzienti o ad ecosistemi come entità, non avremmo bisogno di un criterio di valorizzazione di un qualcosa rispetto a qualcos’altro, e si finirebbe per annullare ogni valore. Se il fondamento filosofico-giuridico per un’etica di ecologia profonda è difficile da sostenere, ciò non significa che le ragioni che muovono questa concezione non siano profonde e radicate nelle nuove esigenze di salvaguardare l’intera biosfera, per tutelare la vita di tutti gli esseri viventi presenti e futuri. L’etica ecologica è la nuova sensibilità verso esigenze che si rilevano inedite per la nostra cultura, è il punto di arrivo della modernità, il disincanto della ragione che scopre essere andata in frantumi la bacchetta magica con cui si era illusa di trasformare l’intera realtà. L’etica ecologica è l’inquietudine che l’umanità avverte al pensiero del proprio destino e che proietta su tutto ciò che la circonda, sentendolo accomunato nella sofferenza e nell’esigenza dall’avvento di nuovi modelli di vita, una nuova educazione ove la vita trovi tutela e rispetto in ogni sua forma.

di Vincenzo Pepe
 
Lettera ai giovani sulla scienza
ultimenotizie-scienza
Domenica 10 Agosto 2008 00:00
Scienza:
Titolo: "Lettera ai giovani sulla scienza"
Autore: Tullio Regge
Editore: Rizzoli
Anno: 2004
Costo: 16 €

Tullio Regge, col pretesto di parlare ai giovani, parla a tutti noi che, se da una parte
“glorifichiamo” la tecnologia, dall’altra la vogliamo condizionare con le nostre, irrazionali,
paure. Tutto ciò deriva dal formidabile progresso tecnologico che abbiamo avuto in questi ultimi
decenni, purtroppo non sostenuto da un adeguato progresso culturale. Regge evidenzia questa
contraddizione e, in qualche modo, sollecita i giovani a riequilibrare il sistema. Ecco allora,
nella prima parte del volume, il suo “attacco” alle superstizioni e alle paure ancestrali che
impediscono un progresso consapevole. Qui affronta tematiche particolarmente attuali quali:
l’energia nucleare e l’elettrosmog, la salvaguardia dell’ambiente e gli OGM, sfatando di volta in
volta le leggende metropolitane che prospettano scenari tanto catastrofici quanto improbabili.
La seconda parte del libro tratta della Scienza del 2000. Qui troviamo una carrellata di tre
secoli di fisica, che partendo da Newton arriva alle più recenti teorie cosmogoniche, passando
attraverso il rapporto tra Scienza e Religione. Fra le altre cose Regge affronta polemiche
stratificate nel tempo, combatte dogmatismi vecchi e nuovi e conclude con un paragrafo che dice
No alla bioetica di Stato.
Voglio chiudere con le parole di Regge. “Vorrei che si sviluppasse in voi giovani il senso
critico, ossia la capacità di valutare le cose per quelle che sono, senza filtri demagogici o
dogmatismi di sorta”. Ciò “significa anche saper giudicare a partire dai fatti e non lasciarsi
fuorviare dalle idee degli altri senza prima averle fatte nostre, né permettere che le nostre si
irrigidiscano. Significa documentarsi, andare instancabilmente alla ricerca di conferme, sapere
cambiare idea e riconoscere i propri errori”. “Prima ancora di abbracciare la nobile causa
dell’ambientalismo, dovremmo forse pensare a una ecologia della mente, sbarazzarci dei
pregiudizi, tornare al dialogo aperto e costruttivo”.

Fabrizio Benincasa
 



Biografia del Presidente

Sample image Vincenzo Pepe
Presidente

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